“Malanova”… chi mi hannu

«Io sono la Malanova per chi ha abusato di me, perché non mi fermerò se non davanti alla verità. Io sono la Malanova per chi non crede nella forza delle donne. Io sono la Malanova per quelle madri e quelle mogli che difendono i loro mariti e i loro figli, per timore, abitudine, ignoranza. Io sono la Malanova per chi nella mia terra ha paura di denunciare, di rompere il silenzio, di cambiare. Io sono la Malanova perché cerco l’amore».

E’ la formula di liberazione, che recita Anna Maria Scarfò nel silenzio della sua casa, nello spazio ristretto della sua esistenza. Ma meglio così, meglio morire per la verità, che soffocare nella polvere della campagna dove il branco la costringeva a rapporti sessuali perversi, ripetuti e violenti. Prima oggetto, poi debito, e poi ancora favore. Anna Maria Scarfò tredici anni appena, è stata questo, sotto gli occhi di tutti, sotto l’ombra impassibile della comunità di San Martino di Taurianova, escluso nessuno, nemmeno la Chiesa, nemmeno quelli che non sono mafiosi, brava gente, lavoratori onesti, ma che restano complici del vizio e del crimine, con l’omertà. E’ questa la Calabria ? Io da calabrese me lo chiedo. Io da donna me lo chiedo: sono questi gli uomini ?

Malanova, edito Sperling & Kupfer (194 pagg., euro 17), scritto da Cristina Zagaria insieme ad Anna Maria Scarfò, racconta una storia «con due anime». «Quella nera e quella della resistenza – spiega Cristina Zagaria – quella di Anna Maria, che non si arrende mai reagendo in maniera costruttiva». Quando viene violentata da Domenico Cucinotta, Domenico Cutrupi, i fratelli Domenico e Michele Iannello, è la notte di Pasqua; Anna Maria ha solo tredici anni, ma nella libido malata dei quattro e poi di tutti gli altri (Serafino Trinci, Vincenzo La Torre, Maurizio Hanaman, Antonio Cianci, Fabio Piccolo, Giuseppe Chirico, Vincenzo Minniti), che abusano di lei fino all’età di sedici anni, è una bambola e basta. La si può sbattere per terra, la si può spogliare, la si può depositare su una mensola, la si può prendere quando si vuole. Da quel momento Anna Maria Scarfò, troppo bambina per comprendere la gravità della punizione che le hanno inflitto, si comporta come un automa. E’ una bambola, perché Anna Maria è morta. La paura, la vergogna, le minacce, i calci, i pugni e la persecuzione continua, fanno il resto. Fino a quando Anna Maria, giunge al punto del non ritorno e il dolore è talmente forte, che prende il sopravvento sulla paura. Come il toro che infuria nell’arena, e per disperazione incorna il torero senza lasciargli scampo. Quando le dicono di portarsi dietro la sorella, ormai in fiore, Anna Maria reagisce. E denuncia, finalmente. I carabinieri le credono, la famiglia le crede, l’avvocatessa Rosalba Sciarrone le crede, lo Stato le crede. Solo San Martino di Taurianova non sa da quale parte sta la verità. Mi chiedo, ancora: anche questa è Calabria ? La mia Calabria ? Quella che non voglio lasciare ? Ma vale la pena di resistere in questa terra, dove il codice d’onore ha più importanza della voce di una donna? Vale la pena, se la Calabria è anche Anna Maria!

Voglio ripetere i loro nomi, perché la vergogna appartiene solo a loro; la malacarne e la malanova sono solo loro, e tutti quelli che li appoggiano, altri uomini e altre donne, le loro compagne:

Domenico Cucinotta

Domenico Iannello

Michele Iannello

Domenico Cutrupi

Serafino Trinci

Vincenzo La Torre

Maurizio Hanaman

Antonio Cianci

Fabio Piccolo

Giuseppe Chirico

Vincenzo Minniti

Tutti tra i venti e i trent’anni, sposati, fidanzati, padri.

Grazie a Dio loro rappresentano solo una cellula malata/impazzita di un popolo dalla tradizione antica e dal glorioso passato, ma poco ci vuole che per colpa di una cellula tutto il corpo vada in metastasi. Allora sono i calabresi buoni, sani, onesti, e sono tanti, che possono fermare il tumore. Lo ha fatto Anna Maria, ora tocca noi, al paese di San Martino di Taurianova.

Ho letto Malanova in poco meno di tre ore. Quando l’autrice, in conferenza stampa, confessa che ha scritto in prima persona, che “ha assorbito la violenza”, non l’ho capita. Poi ho letto, e la violenza, il dramma dello stupro l’ho assorbito pure io, e mi sono sentita disgraziata. Ma può “il nascere donna”, essere un castigo ?

 

*       Cristina Zagaria è pugliese; scrive per La Repubblica da quando aveva venticinque anni. Al suo mestiere di cronista associa l’avventura della scrittura narrata. In realtà i suoi libri, (Malanova è il quinto dal 2006) tra cui ricordiamo anche il noto L’osso di Dio tratto da una storia di ‘ndrangheta, sono il frutto delle sue appassionate inchieste, che svelano le vere inquietudini umane ancorché inventate. Il reale si mischia all’inverosimile, e più che mai attraverso i suoi libri, ci troviamo di fronte alla deriva di certa umanità/società. cristinazagaria.com è il suo blog.

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3 pensieri su ““Malanova”… chi mi hannu

  1. In storie come questa, purtoppo numerose, non credo che c’entri tanto la Calabria o il “codice d’onore”. Credo che nella parte più profonda dell’universo maschile c’è ancora qualcosa di non risolto, di atavico, che vuole tenere inchiodate le donne ad una posizione di inferiorità. A volte (spesso) questo cancro esplode e ci si accanisce contro di loro, facendo passare la violenza per una necessità, se non per un divertimento. Ma le donne reagiscono, si ribellano in numero sempre maggiore e credo che la paura di “perdere potere di fronte alle donne” che fa compiere tante nefandezze a quel tipo di persone sia fondata, perchè le cose cambieranno. Non solo vale la pena resistere, ma è necessario, in Calabria e in qualsiasi altro luogo.

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