Un amore grande così

Romana Petri scrive un romanzo nostalgico. Ma in che senso? Se è vero che alla Imageprecarietà delle sovrastrutture culturali o istituzionali si somma la precarietà delle coscienze, allora l’instabilità ammorba anche i nostri sentimenti. Ed è così, che di equilibri precari, di fili delicati, di promesse sfocate è fatto questo amore che lega l’Umbria, il suo odore di bosco ancora bagnato, all’Argentina, dove tutto sa di sole e vento e mare e colori procaci. E’ una sfida questo amore cantato con tanto vigore in tempi di precarietà umana, una sfida anch’essa problematica, almeno agli occhi di Alcina, la protagonista. Una sfida che poi diventa il racconto lungo una vita, una vittoria sulle ombre del passato: amore su amore. Non c’è altro che voglia Alcina, anche se non ci crede; non c’è altro che voglia donare Spaltero. In una fase storica in cui, oltre alle economie, vacillano di riflesso persino i nostri sentimenti più intimi e puri, Romana Petri ha il coraggio di puntare sull’amore “per sempre”, dove il matrimonio non contribuisce a mettere una lapide, ma fortifica giorno dopo giorno il sogno, la promessa, il suggello di qualcosa in cui non crediamo, proni all’individualismo o anche solo per pigrizia.

“Tutta la vita”, edito Tealibri – Longanesi (marzo 2013), fin dal titolo ci da una misura; niente di contorto, niente di difficile, solo il desiderio di non scendere a patti col destino più nero e rimandare indietro le parti oscure di noi stessi, dove uomini e bestie e rancori e morti e illusioni si confondono con la tenuità del crepuscolo.

E’ la storia di Alcina, questo libro. Partigiana, nata donna, prima ancora di essere bambina, col sapore amaro della guerra in bocca, con le radici che diventano fardello giorno dopo giorno. E’ la storia di Spaltero, nato uomo, prima ancora di essere bambino, già conscio di quale donna vuole al suo fianco. E sceglie Alcina, quando lui ha appena quattordici anni e lei già venticinque. Amore anagraficamente impossibile; amore vero; amore da fare invidia.

Ma sono anche pagine convulse, dove Romana Petri, evidentemente ben documentata sulla storia delle dittature sud americane, entra nell’abisso malato della tortura del Pozo de Quilmes. Essere umani contro esseri umani, violenza su violenza, depravazione virulenta di uno Stato che stupra le sue donne e recide l’esistenza delle giovani menti. Quanto più Alcina parla con i morti e rievoca la Resistenza, tanto più la figlia Buena ripercorre i passi dei due genitori per opporsi al regime. Non una guerra civile sulla linea gotica, ma il terrore che notte dopo notte si porta via i figli dell’Argentina. E’ il 1977.  Desaparecidos li chiamano. I loro corpi risucchiati nell’oblio. Così gli occhi di Buena risucchiati dalla perdita di innocenza, dalla morte di Javier, dal tradimento di un angelo.

E’ da leggere questo bel romanzo, tra storia e invenzione, che passa attraverso i sentimenti, le debolezze e le paure di una donna. Nulla più di un omaggio all’essenza del cuore umano.

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