Un amore grande così

Romana Petri scrive un romanzo nostalgico. Ma in che senso? Se è vero che alla Imageprecarietà delle sovrastrutture culturali o istituzionali si somma la precarietà delle coscienze, allora l’instabilità ammorba anche i nostri sentimenti. Ed è così, che di equilibri precari, di fili delicati, di promesse sfocate è fatto questo amore che lega l’Umbria, il suo odore di bosco ancora bagnato, all’Argentina, dove tutto sa di sole e vento e mare e colori procaci. E’ una sfida questo amore cantato con tanto vigore in tempi di precarietà umana, una sfida anch’essa problematica, almeno agli occhi di Alcina, la protagonista. Una sfida che poi diventa il racconto lungo una vita, una vittoria sulle ombre del passato: amore su amore. Non c’è altro che voglia Alcina, anche se non ci crede; non c’è altro che voglia donare Spaltero. In una fase storica in cui, oltre alle economie, vacillano di riflesso persino i nostri sentimenti più intimi e puri, Romana Petri ha il coraggio di puntare sull’amore “per sempre”, dove il matrimonio non contribuisce a mettere una lapide, ma fortifica giorno dopo giorno il sogno, la promessa, il suggello di qualcosa in cui non crediamo, proni all’individualismo o anche solo per pigrizia.

“Tutta la vita”, edito Tealibri – Longanesi (marzo 2013), fin dal titolo ci da una misura; niente di contorto, niente di difficile, solo il desiderio di non scendere a patti col destino più nero e rimandare indietro le parti oscure di noi stessi, dove uomini e bestie e rancori e morti e illusioni si confondono con la tenuità del crepuscolo.

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Quei tre venuti da Paracorio…

E’ incredibile come la semplicità di un racconto familiare possa impregnare di orgoglio e dignità anche chi, quella storia, non l’ha vissuta mai. Come quando scorre la pellicola in bianco e nero di “Nuovo Cinema paradiso”, così le pagine de “La signora di Ellis Island” di Mimmo Gangemi, scorrono davanti ad un lettore attonito per la bellezza della narrativa. E il lettore intelligente, sa fin da subito che ha fra le mani una delle opere letterarie più belle degli ultimi anni. Nulla da invidiare dunque, agli scrittori stranieri e tutto il merito ad una casa editrice come la Einaudi (Stile Libero), che ha scelto di investire su un talento nascosto. Il genio letterario di Gangemi si era già manifestato con “Il giudice meschino” pubblicato appena due anni fa, ma il tempo e i ricordi e l’attaccamento a questa terra aspra – la Calabria – amara quanto le lacrime di chi è partito, gli hanno messo in testa un’altra follia letteraria. Per la bontà, per la ricchezza, per la genuinità, e soprattutto per quelle seicento pagine che scivolano via, e appena finita la lettura quasi dispiace che sia finita. E si resta ancorati a quel vago senso di paternità perduta, quasi orfani di un romanzo che pretende di avere un seguito. Ma ne vale la pena ? Quale Italia in questi ultimi trent’anni ?

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Scrivere.. che passione!

Tra i giovani scrittori calabresi c’è ora Angela Bubba. La sua notorietà, pur essendo appena ventenne, risiede tutta nel talento che la contraddistingue; una penna che già Vogue e il domenicale de Il Sole 24 ore si sono voluti accaparrare.

Angela Bubba sarà a Reggio Calabria il prossimo 10 gennaio ore 11 a Palazzo Foti, sede della Provincia di RC, grazie al concorso “Raccontiamoci” promosso dalla casa editrice reggina Iiriti. Un’azienda in crescita anche grazie alle intuizioni di Leo Iiriti, giovane imprenditore che ha saputo trasformare l’azienda di famiglia in poco tempo, lanciandola sul mercato editoriale globale con testi istituzionali e manuali universitari, senza però tradire le radici. “Raccontiamoci” è un concorso che coinvolge le scuole, gli alunni che più amano la scrittura e che magari sognano di farne una professione, come Angela Bubba che all’età di 11 anni vinse il suo primo concorso di scrittura. Da quel momento, il racconto, è stato la sua passione, tanto che con il suo primo romanzo La casa, è finalista alla LXIV edizione del Premio Strega. Il romanzo è ambientato a Petronà, paesino calabrese del quale ora è anche cittadina onoraria e rimanda a quel sapore meridionale, che tanto accomuna gli scrittori sui generis, geniali, della nostra terra, come Saverio Strati, come Corrado Alvaro e come tanti altri che hanno nell’anima un senso di amore/odio per la Calabria. Il linguaggio poi, per la Bubba è un’idea, tanto che il romanzo si fonda su uno stile italiano inesistente; ma forse è proprio questo il suo incredibile talento. La Bubba grazie a questa pubblicazione ha vinto inoltre il Premio “What’s up” 2009, sezione Cultura.

Angela Bubba è nata nel 1989, a Catanzaro (attualmente vive fra Crotone e Roma). Nel 2006 conquista la vetta del Premio Verga con Novelle dal vero a Vizzini (Catania); nel 2007, anno in cui consegue la maturità classica, arriva in finale al Subway Letteratura ed al Campiello Giovani, e nel 2008 è finalista al Premio Calvino. Un suo racconto invece, Passeggiata, è stato da poco pubblicato in Terra, raccolta di narrazioni di scrittori calabresi. Laureata in Lettere presso l’Università La Sapienza di Roma, attualmente scrive anche per la rivista culturale Il Sileno, per la quale cura la sezione Eurekabook.

Mario La Cava spiega il suo Sud

Esce, per le edizioni reggine Città del Sole, l’inedito di Mario La Cava, Corrispondenze dal Sud Italia, raccolta di scritti giornalistici, che ricoprono l’arco di tempo dal 1953 al 1956.

Il volume è stato curato da Gaetano Briguglio, critico letterario scomparso proprio alcuni mesi addietro, dopo aver completato l’ultimo lavoro dedicato all’amico La Cava. La pubblicazione si deve anche grazie alla collaborazione del figlio dello scrittore, Rocco La Cava, che ha messo a disposizione i preziosi documenti del padre. «… anche l’articolo relegato in un recondito giornalino di provincia – dice Briguglio, riferendosi alla vasta produzione dello scrittore bovalinese – può nascondere tra le sue pieghe considerazioni profonde sul mondo che ci circonda e sul tempo che stiamo attraversando».

 Siamo nel vivo della questione meridionale e La Cava intende «dimostrare all’intero paese che i meridionali non sono soltanto braccia da lavoro, buone per tutti gli usi, in tempo di pace e di guerra, ma anche delle teste pensanti che, se impiegate in modo adeguato, possono contribuire a migliorare le condizioni di vita e di incivilimento non solo delle loro terre, ma anche, come in parte stanno già facendo, dell’intera nazione».

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All’ombra dello Stretto, miseria e avvenenza

Vincenzo Musarella si apre ad una scrittura viscerale. Un segnale limpido, che non placa però la sua voglia di comunicare esperienze di vita, anche ai margini. Vincenzo Musarella irretisce con la sua personale linea di scrittura; un affondo sereno nello stile dannunziano, un clima scritturale dirozzato, pulito, solo in qualche passaggio ridondante e debordante, ma senza togliere scorrevolezza al tema centrale.

Lena. Una turpe storia tra Scilla e Cariddi, è l’ultimo della trilogia della gioventù; un episodio carico di “merce sessuale”, di miseria umana, di destini interrotti, che invoglia a scoprire il finale. Un finale brusco e decisivo, per sempre!

Edito dalla casa editrice Meligrana Giuseppe, di Tropea (VV), il romanzo soggiace ad una forza cosmica invadente, alimenta il perpetuo errare dell’animo umano, si rafforza nell’insistente rovesciamento del destino: odiosa appendice di un’esistenza inaspettata, di vicende malsane che colmano il senso di stanchezza e di resa alla fatalità.

Una piccola, ma efficace casa editrice, dunque, che ha scoperto questo talento irrisolto, tra intriganti passioni e povertà sentimentali e ristrettezze economiche e amena solidarietà familiare. Vincenzo Musarella conclude il suo capolavoro, facendo venire fuori il magma delle sue emozioni, la consistenza psicologica di una esistenza tesa ad osservare il mondo, la sua evoluzione e le conseguenze, smagliature di una mappa deplorevole.

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Vivere da migranti

 

Appartenere ad un mondo “gigante”, tra il qua e il la, tra il dove, il quando, il perché. Tutte domande e visioni che toccano al migrante. Ieri aveva la pelle bianca, di solito italiano, oggi il migrante per eccellenza ha la pelle scura e usa l’Italia come terra di confino, un nuovo mondo che esiste solo nelle figurine dei giocatori di calcio. Ma l’Italia, anche se ha visto arrestare la sua emorragia di uomini e donne, in prevalenza meridionali, nell’arco di un secolo, fra il 1870 e il 1970 circa, non ha finito di disperdere i suoi migliori cervelli per l’intero continente, per il mondo.

Oggi l’emigrazione ha facce diverse, specie quella culturale è fatta di volti giovani e poliglotti; poi ci sono i figli di nessuno, che in genere fanno gli insegnanti, e questi mantengono alto il trend dell’emigrazione interna, ingrossando le file delle attese, alimentando la speranza del ritorno o generando la rassegnazione dell’adeguarsi a quadrati urbani sempre più “cementati”. Niente mare, niente cielo, niente alberi sempreverdi. L’emigrazione è una ferita, uno strappo irrisolto che si perpetua nel tempo, di generazione in generazione, con meno forza e meno coraggio, con tanti titoli in tasca e sempre meno sogni! Ma per Carmine Abate, l’emigrazione può essere anche occasione di ricchezza. L’unica soluzione per fregare la nostalgia, il senso di estraneità che ti prende allo stomaco di fronte a giornate costellate di solitudine. Per non sentirsi mine vaganti, per intrappolare il senso di vuoto, per dare un significato universale alle esperienze vissute, è forse per questo che Carmine Abate ha scritto Vivere per addizione e altri viaggi (Piccola Biblioteca Oscar Mondadori, 153 pag. 9 euro). E’ l’ultimo di una serie del narratore calabrese, ma di origine arbëreshë, cioè italo albanese di seconda generazione. Nato a Carfizzi, in provincia di Crotone, Carmine Abate parte per occupare le cattedre vuote, per supplire ai colleghi in malattia, col suo volto bruno da insegnante ancora non sconfitto dalla brutalità di una gioventù disillusa dalle istituzioni. Quest’ultimo volume uscito nell’aprile scorso, un insieme di racconti che hanno la compattezza del romanzo, ha come centro propulsore la sua vita, per allargarsi poi, a dipanare storie che appartengono a tutti i migranti del mondo. Quasi una poesia interiore, che cerca disperatamente un appiglio in altre culture, e nell’eventuale arricchimento del migrante a contatto col diverso.

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