I Gripweed ripartono da “K”

 

Al via la saga K. L’ultimo album dei Gripweed, coinvolge la label francese Belive per la quale esce in digitale, e l’etichetta capitolina Altipiani. Giochiamo sempre in casa di indipendenti, alla ricerca continua di stimoli fuori dai cliché. “K” ha impresso il volto in fuga dei Gripweed, che lanciano quest’ultima storia musicale e già muoiono dell’ansia di vivere, già guardano al domani. Qualora lo si capisse!

I Gripweed sono un’altra di quelle realtà impegnate, che scoprono l’immagine di una Calabria sconosciuta, anche a chi ci vive. Sbigottiti noi stessi del fervore culturale, che ruota attorno alla parola sperimentazione. I Gripweed fanno parte di questo manipolo di pazzi, indipendenti per passione, underground per scelta. Il progetto Gripweed, in parte powered by Partyzan, risale al 2002, quando gli attuali componenti sembrano essersi cercati per un’esistenza intera. Prove musicali per l’analisi di un “Gesù personale”, un idolo da imitare che trova la sua icona perfetta nei Depeche Mode. L’avvio della carriera dei Gripweed originari di Bisignano, precisamente Cosenza, si concretizza nei live set in giro per l’Italia, fino a toccare virtualmente Manchester. E quale sonorità inglese non ha lasciato un’impronta suggestiva nel vissuto della scena rock italiana ? Siamo figli dispersi di quell’Inghilterra iniziatica !

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Eccellenze e civiltà millenarie in Calabria

Si scrive MuSaBa, ma si legge “aMa”: ambiente/Mediterraneo/arte. E’ questo il filo conduttore del progetto di Nik Spatari, sorto a Mammola, in provincia di Reggio Calabria, dalla fine degli anni ’60. Quando lui e la sua compagna, l’artista/gallerista olandese Hiske Maas, si ritrovarono nel 1969 di fronte alla “grancia” certosina (un ex complesso monastico di cui erano rimaste solo le mura risalenti al IV secolo) del X secolo nella Vallata del Torbido, scoprirono di aver trovato la loro dimensione privilegiata.

Arte, natura, archeologia e cultura mediterranea, non chiedevano solo una ristrutturazione architettonica, ma di poter comunicare in modo armonico. E così il progetto prende forma fino a trasformarsi nella Santa Barbara Art Foundation, o  più semplicemente Museo di Santa Barbara, nel cuore della regione più remota dell’Italia: la Calabria, dove la successione di genti e civilizzazioni (Villanoviani, Ausoni, Fenici, Greci, Romani, Svevi, Arabi, Aragonesi), fusi con gli originari abitanti italici, ha lasciato un’impronta artistica e architettonica senza pari. L’isolamento geografico che contraddistingue la Calabria, interrotto solo da uno sviluppo “precario” del trasporto, e non ancora definitivo, ne ha preservato il ricco patrimonio culturale e archeologico, fin dal periodo Neolitico. Se ancora oggi la Calabria rappresenta “l’ultima frontiera invalicabile del continente”, pensate a cosa poteva essere negli anni ’60 e ’70. La contaminazione fra arte antica, ambiente selvaggio e archeologia mediterranea, ha stregato i due artisti girovaghi.  In realtà Nik Spatari, originario proprio di Mammola, aveva conservate intatte nella sua mente, le bellezze aspre del territorio nel quale aveva vissuto da bambino e dove aveva trovato la sua prima fonte di ispirazione artistica. Ma Nik Spatari, autodidatta e talento naturale, privato dell’udito e della parola, si è spinto in lungo e in largo nell’universo artistico, entrando a contatto con la Parigi del primo ‘900. Accanto a Jean Cocteau, Le Courboisier, Picasso, e Max Ernst, che gli rivela la tecnica materica delle fratture terrestri, André Malraux, Sartre, Montale, che scrisse dell’amico, La Cava, Guttuso, Warhol, Rotella, Oliva e altri, Nik Spatari perfeziona la sua indole artistica. Spatari, però, resterà sempre un appassionato, uno spirito eretico, libero da schemi, sempre dedito allo sperimentalismo attraverso un sedimento notevole di memorie, emozioni, stati d’animo, difficilmente classificabili in una sola corrente artistica. Possiamo definirlo sicuramente, “il transumante del post dinamismo”, un artista enigmatico che ritrova se stesso, le sue radici e il suo futuro, laddove vi avevano lasciato lo spirito gli antenati: a Mammola.          (altro…)

Pysicoterapia d’urto

Poche parole ! In questo caso c’è solo il gusto di ascoltare, il desiderio di scendere a patti con una musica sferzante, feroce, ma condita con tratti jazzistici entusiasmanti. Per tutti sono gli Underdog e basta. Ma il gruppo ha voci, facce, occhi, caratteri eccentrici, chitarre, drums, giocattoli e un’aura da fumetto: Barbara Wisnieswka, voice, Diego Pandiscia, bass/voice schizofrenica, Giuseppe Trastulli, piano, Francesco Cipriani, guitar/toys, Michele di Maio, violin e Fabio Mascelli, drums. Chi manca ? Davvero nessuno, in questo progetto dalla suggestione spasmodica, tra il demenziale e un umore denso, impastato di cariche esplosive. Gli Underdog sono soprattutto una suggestione, un progetto che prende spunto dalla biografia di Charles Mingus, Beneath the Underdog. Passione che gli under dog condividono con i Quintorigo.  Ciò che diviene esplosivo, è una miscela ritmica di sonorità jazzistiche e di stili molteplici, che trovano ispirazione per esempio in Kurt Weill, Nick Cave, Tom Waits e nell’elaborazione musicale di gruppi come Einstuerzende Neubauten, Brainiac, Primus.

La musica degli Underdog è gioco di contrasto tra una voce maschile schizofrenica e nasale e una lirica femminile dal piglio angelico, fino a sfiorare una divina agitazione, pur mantenendo andature “forti”, esagerate, mescidate. Una formula aperta, è ciò che meglio rappresenta lo stile Underdog, progetto sopra le righe, con collaborazioni e rivisitazioni dei brani, che avvengono di continuo. Ogni voce e suono del gruppo, si accosta ai pezzi scegliendone autonomamente ruolo e rumore, secondo un moto stranamente equilibrato: teste che suonano rifiutando categoricamente miseri postulati. Visioni statiche di un mondo musicale, che non si sporca le mani. Sporcarsi le mani, è necessario per confrontarsi con sé stessi.

«Forse attraverso la musica si sta iniziando a costruire qualcosa di veramente nuovo, che nasce da inquietudini generate dalla schizofrenia collettiva per cui non serve psicoterapia –  spiegano gli Underdog – ma vie di espressione, per liberarsi e manifestarsi in qualcosa che non rispetta più generi, nè definizioni, nè dogmi». Non a caso l’ultimo lavoro degli istrionici Underdog, divisi tra sperimentalismo e interpretazioni impreziosite dalla qualità stilistica personale, si intitola Keine Pysichotherapie.

Nel 2010 gli Underdog vincono il premio Rai Trade e Next Exit per la migliore performance Keine Tour Italia/Germania. Nel 2009, sono ospiti per la seconda volta al M.e.i., mentre su Macht Music (Sky Tv) gira il video clip Circus. Nel 2008 aprono i concerti di Caparezza, Quintorigo, Ardecore,John Spencer Blues Explosion, nel 2007 vincono il MarteLive. E questo è solo un piccolo tratto del lungo percorso cominciato prima del 2004. Di questo avanzante fenomeno hanno scritto il Manifesto, Blow Up, SentireAscoltare, Beatmagazine. Questa estate li vedremo ad Avantgarde Festival, dal 2 al 4 luglio; e con grande orgoglio, il prossimo 23 agosto, suoneranno anche al Blue Dahlia a Marina di Gioiosa Jonica (RC). Circuiti alternativi di un’Italia costruttiva (anche al Sud).

Per approfodimenti su date e curiosità www.underdogmusic.it , www.myspace.ocm/underdog78

 

 

Nel segno di Peppe Valarioti

Hanno solo trent’anni e quando i primi omicidi politici alla fine degli anni ’70, scalfivano la quiete delle estati calabresi, loro erano appena nati. Eppure, non è mancato il coraggio di riaprire una pagina storica dolorosa per la Calabria e soprattutto per Rosarno, nella provincia reggina. Balzata agli onori della cronaca in questo lungo inverno, per la rivolta degli immigrati, Rosarno e un giovanissimo segretario di sezione del Partito Comunista Italiano, sono i protagonisti de Il caso Valarioti, con i contributi di Giorgio Bocca, un inviato del Nord a Sud, Enrico Fontana, giornalista ed esponente della società civile, Giuseppe Smorto, condirettore di Repubblica.it, e la prefazione di Filippo Veltri, caporedattore di Ansa Calabria.

Scritto a quattro mani da Danilo Chirico e Alessio Magro, Il caso Valarioti, edito Round Robin, viene pubblicato a trent’anni dall’assassinio di Giuseppe Valarioti, rosarnese, docente precario, intellettuale, attivista politico, convinto che politica e cultura fossero le armi giuste per attuare il cambiamento, per dare un’opportunità al suo paese. Il 10 giugno 1980, il PCI, in Calabria, otteneva la sua vittoria, ma per Peppe Valarioti, troppo abituato a parlare, a caldeggiare certe verità, è l’ultima festa insieme ai compagni di partito. Viene freddato dalla nascente ‘ndrangheta quella stessa notte, e su di lui cala il silenzio. Mentre sul territorio della Piana, cala la scure del compromesso affaristico, un oblio mafioso che ancora oggi non vede via d’uscita.

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Aspettando “La sedia”

Ebbene sì, Adriano Modica è di nuovo al lavoro. L’uscita del nuovo album, La sedia, è prevista per gennaio 2011. Adesso possiamo annunciarlo con certezza. Ma intanto nel suo “studio mobile”, sta mettendo insieme i pezzi del puzzle. Infatti, La sedia, è l’ultima tessera che chiude la “trilogia dei materiali”, quella iniziata con Il fantasma ha paura e Annanna.

Lo studio dove Modica cura i suoni e le performance dei suoi album, assomiglia sempre di più ad un’astronave, con tutti i colori, i chiaro/scuri e i misteri che possiamo inventarci. Nella sua cornice, gli strumenti si trasformano in artifici, le voci si deformano, i suoni si amplificano e i rumori diventano melodia in apnea. La materia dei sogni in questa nuova avventura del cantautore siculo/calabrese, abbraccia riflessioni profonde, e tenta soprattutto di rimarginare gli strappi. Agli occhi di Adriano Modica, adesso, la strada della vita è arrivata al bivio. Ecco allora “la sedia”, un luogo fisico o un luogo mentale in cui prendere atto del passato, del presente e del futuro, puntando il dito su sé stessi. «La sedia – spiega Modica – è un cammino al contrario nel tentativo, col trucco del doppio negativo, di riprendere la direzione verso l’uomo». Una filosofia musico/strumentale, che chiede il conto delle esperienze esistenziali.

Nell’astronave ci siamo noi, uomini e donne, che si affacciano al cielo come smarriti stranieri dello spazio azzurro, senza più punti fermi. Modica, in questo nuovo album, allora propone di riconsiderare la memoria, gli errori, la speranza di un «progresso sano». Alternativa per non fare sbandare i progetti, ma anche per dare scacco matto al tempo storico/cronologico e socio/economico/politico in cui siamo costretti a sopravvivere, dove anche la normalità appare come una stonatura.

Il laboratorio di Adriano Modica, prevede degli attori protagonisti. L’artista inglese Duggie Fields, Enrico Gabrielli, già collaboratore di Mariposa, Afterhours, Calibro 35, Muse, Morgan e altri, “La Piccola Orchestra Che Ho In Testa”, e potete solo immaginare cosa può partorire la testa geniale di Modica, “Il Coro Acrobatico delle Voci nell’Armadio”. E qui Adriano Modica, chiama a raccolta amici e non, incontrati per strada nel suo perpetuo vagabondare. Infatti, il Coro è costruito come un complesso aperto, dove chi ha voglia di dare il suo contributo può farlo scrivendo a adriano@trovarobato.com, oggetto “che ho in testa?”

Per tutti gli approfondimenti e per i retroscena, vi consigliamo di dare un’occhiata su  www.adrianomodica.it . Le sorprese non mancano, in pieno stile Adriano Modica!

Su questo artista leggi anche Adriano Modica e gli altri

Una donna per la libertà!

Questa è Yoani Sanchéz. Non una qualunque. Di mestiere giornalista e blogger, come scelta di vita ha preferito “dire la verità”. Ed è per questo che la sua esistenza, quotidianamente è minacciata dalle difficoltà, ma soprattutto dalle “chiusure” a cui è sottoposto il suo paese: Cuba.

Per anni è stato il paradiso privato di Fidel Castro, ma ora Cuba è sotto il pugno di Raul Castro. Con lui, fratello di Fidel, qualcosa si è mossa, ma l’attivismo politico, le dimostrazioni libere, gli scioperi, il manifestare il proprio dissenso o anche solo il proprio pensiero, sono ancora reati nel paese latino. Allora Yoani Sanchéz, come molti altri blogger, danno battaglia con quello che hanno in mano: la scrittura.

Mi viene in mente una massima di Ugo Foscolo, uno dei più grandi poeti della nostra letteratura, precursore del Romanticismo, patriota italiano (all’epoca esistevano, oggi sono una razza estinta) contro la dittatura napoleonica, che con il trattato di Campoformio (1797) aveva svenduto la Venezia Giulia agli Austriaci:  altro che Napoleone il liberatore!

«Scrivete! Perseguitate i vostri nemici con la scrittura».

Questo proclamava Foscolo senza timore. E così Yoani Sanchéz, oltre duecento anni dopo, perseguita i suoi nemici scrivendo sul suo blog Generación Y, che le ha dato rinomanza mondiale. Eppure, gli abitanti dell’isola di Cuba, non hanno modo di interagire con Yoani, né di leggere i post del suo blog, che in Italia vengono tradotti da Giordano Lupi e pubblicati su LaStampa.it/GeneracionY e dalla rivista Internazionale. Yoani, ha creato il blog sul web, grazie all’aiuto di un server tedesco.

Pur essendo Yoani Sanchéz una delle voci più influenti della realtà cubana, la censura ufficiale si abbatte come una mannaia su internet, in modo da tenere i Cubani al “buio”. Le pagine del blog, sono state spesso vandalizzate, probabilmente da incaricati del governo, in modo da screditare il lavoro della giornalista, che per il suo impegno ha ricevuto il Premio Ortega y Gasset istituito dal quotidiano spagnolo El País. Compare anche nella lista dei “migliori 25 blogs del 2009” redatta dalla rivista Time e dal network CNN, ed è inclusa persino nella lista dei “Giovani leader globali” del Foro Economico Mondiale. Nell’ottobre 2009 le è stato assegnato il Maria Moors Cabot Award dalla Columbia University di New York, ma si è vista negare, per la quarta volta negli ultimi due anni, il permesso di lasciare Cuba per andare a ricevere il premio.

Nel mese scorso è stata la trasmissione L’Inchiesta, in onda su Rai 1 la domenica alle 23 circa, e condotta da Monica Maggioni, a focalizzare l’attenzione su Yoani Sanchéz, riuscendo a farle delle interviste esclusive. Alcuni addirittura sostengono, che Yoani sia una falsa dissidente finanziata dagli Americani in chiave anticastrista. Qualunque sia la realtà, noi ci sentiamo in dovere di sostenerla, come  modello di donna e come operatrice di un’informazione libera!

Vivere da migranti

 

Appartenere ad un mondo “gigante”, tra il qua e il la, tra il dove, il quando, il perché. Tutte domande e visioni che toccano al migrante. Ieri aveva la pelle bianca, di solito italiano, oggi il migrante per eccellenza ha la pelle scura e usa l’Italia come terra di confino, un nuovo mondo che esiste solo nelle figurine dei giocatori di calcio. Ma l’Italia, anche se ha visto arrestare la sua emorragia di uomini e donne, in prevalenza meridionali, nell’arco di un secolo, fra il 1870 e il 1970 circa, non ha finito di disperdere i suoi migliori cervelli per l’intero continente, per il mondo.

Oggi l’emigrazione ha facce diverse, specie quella culturale è fatta di volti giovani e poliglotti; poi ci sono i figli di nessuno, che in genere fanno gli insegnanti, e questi mantengono alto il trend dell’emigrazione interna, ingrossando le file delle attese, alimentando la speranza del ritorno o generando la rassegnazione dell’adeguarsi a quadrati urbani sempre più “cementati”. Niente mare, niente cielo, niente alberi sempreverdi. L’emigrazione è una ferita, uno strappo irrisolto che si perpetua nel tempo, di generazione in generazione, con meno forza e meno coraggio, con tanti titoli in tasca e sempre meno sogni! Ma per Carmine Abate, l’emigrazione può essere anche occasione di ricchezza. L’unica soluzione per fregare la nostalgia, il senso di estraneità che ti prende allo stomaco di fronte a giornate costellate di solitudine. Per non sentirsi mine vaganti, per intrappolare il senso di vuoto, per dare un significato universale alle esperienze vissute, è forse per questo che Carmine Abate ha scritto Vivere per addizione e altri viaggi (Piccola Biblioteca Oscar Mondadori, 153 pag. 9 euro). E’ l’ultimo di una serie del narratore calabrese, ma di origine arbëreshë, cioè italo albanese di seconda generazione. Nato a Carfizzi, in provincia di Crotone, Carmine Abate parte per occupare le cattedre vuote, per supplire ai colleghi in malattia, col suo volto bruno da insegnante ancora non sconfitto dalla brutalità di una gioventù disillusa dalle istituzioni. Quest’ultimo volume uscito nell’aprile scorso, un insieme di racconti che hanno la compattezza del romanzo, ha come centro propulsore la sua vita, per allargarsi poi, a dipanare storie che appartengono a tutti i migranti del mondo. Quasi una poesia interiore, che cerca disperatamente un appiglio in altre culture, e nell’eventuale arricchimento del migrante a contatto col diverso.

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