La Calabria dell’800 vista con occhi inglesi

Nel XIX secolo i calabresi sono ancora considerati “i selvaggi d’Europa”. Non che le cose oggi siano cambiate di molto, tanto che bisogna sopportare gli eredi dei barbari che tacciano di “inciviltà”/illegalità e quant’altro gli eredi della Magna Grecia, patria di civiltà e democrazia, ma almeno chi è venuto al Sud e ne ha toccato con mano la realtà locale, comprende subito che le cose sono ben diverse rispetto alle favole che ci raccontano. Emblematica una battuta di un recente film sul Mezzogiorno d’Italia: «chi viene al Sud piange due volte; una volta quando arriva e una quando se ne va». E’ il caso di Philip James Elmhirst, ufficiale della marina britannica, che per un caso disgraziato viene catturato nei pressi delle coste calabresi. E qui scopre che ci sono diverse “Calabrie”.

E’ il settembre del 1809, resterà in Calabria fino all’aprile 1810, constatando che poi, in questo lembo sperduto dell’Europa, non si sta così male e che in fondo, le bellezze naturali e la semplicità della gente, ricompensa la mancanza di uno sviluppo economico e di una povertà culturale latente.

E’ un diario partecipato, che la dice lunga sull’essere meridionale e sulle cause antropologiche, sociologiche, politiche e anche clericali di come il Sud abbia vissuto la sua storia, pur portandosi dietro un patrimonio di glorie antiche, di arte, storia. Un’opera classica, Nella terra dei selvaggi d’Europa (pagg. 108, euro 7.90, introduzione di Giorgio Massacra), che la Rubbettino ripropone in formato economico e tascabile nella collana “Viaggio in Calabria”.

Un modo per rivalutare l’immagine della nostra terra, o una strategia per promuovere la lettura ? In entrambi i casi, si raggiunge l’obiettivo, perché il diario di Elmhirst si legge con piacere frutto di una scrittura per immagini e con un’accortezza che solo un raffinato osservatore può vantare. Elmhirst, infatti, pur essendo prigioniero dei francesi che in quella fase storica occupano le “Calabrie”, ha possibilità di muoversi e di mischiarsi con la gente dei borghi, i sapori e i colori selvaggi di cui spesso, discute.

Analizza con efficienza gli aspetti della produzione economica, ma soprattutto da un giudizio schietto della situazione, sottolineando che la Calabria è angariata da avidi proprietari terrieri, da una classe religiosa superstiziosa e corrotta. Motivi principali di un mancato ed autonomo sviluppo. A ciò si unisce il turbinio sismico e una piaga come quella dei briganti (o forse più uomini di malaffare), che non giova al popolo calabrese, semplice, schietto, onesto, umile. Così appare agli occhi inglesi una Calabria non troppo lontana da noi. Ma quanto è cambiata da allora la società calabrese ?

 

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