L’appetito vien sul bus

Ingegnoso: cibo e cultura a spasso! Un’altra invenzione alla bolognese ci promette un autunno divertente. Al ritorno delle vacanze avremo una sorpresa: il ristobus! Ovvero il ristorante viaggia sul bus.

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Dal 18 settembre dunque, si farà a pugni per salire sull’autobus, sedersi e mangiare cogliendo gli scorci più belli di Bologna. “Aire” questo il nome del più tipico ristorante on the road, che da seguito alla filosofia dei quattro elementi: acqua, terra, fuoco e aria. Infatti, “Aire” nasce dopo “Agua”, altro locale rinomato di via Saragozza, dove l’armonia fra uomo e ambiente è rappresentata anche dall’uso di materiali di scarto e riciclo per l’arredamento.

Gli interni di “Aire” seguono il medesimo stile, con saccheggiamenti nei mercatini di turno, anche se si tratta di un vero e proprio autobus dell’azienda trasporti bolognese dismesso, poi donato alla creatività di quattro giovani imprenditori.

La novità ovviamente non è legata soltanto alla location inusuale; infatti la cena in autobus prevede un cambio di menù secondo la stagione e altre improvvisate che via via prenderanno corpo nel corso dell’esperienza, come aperitivi rinforzati e portate assolutamente vegetariane. Insomma un’idea suggestiva che tenta di soddisfare tutti i nostri sensi più immediati. Le prenotazioni sono affidate ad un numero telefonico attivo dal 1 settembre.

E per adesso l’appuntamento è alle 19 a piazza di Porta Saragozza.

Una voce a Sud

Della manifestazione se n’era parlato a marzo. Nel senso che le cinque realtà teatrali nate all’ombra delle due torri in questi anni di sperimentazioni, avevano pensato di avviare una rassegna, che potesse valorizzare il rapporto fra due sponde del Mediterraneo: quella italiana e quella africana. Così, Teatro del Pratello, Tra un atto e l’altro, Teatrino Clandestino, Medinsud e Lalage Teatro, da sempre attente al valore civile e sociale dell’arte teatrale, mettono insieme le forze per “Riva Sud Mediterraneo”, cinque serate in programma ed una dedicata al teatro – danza fuori programma. Un ingresso di soli cinque euro, un contributo minimo, per uno spettacolo di ottima qualità e per una kermesse davvero impegnata.

La manifestazione si è svolta, non a caso, nel cortile della sezione dei Servizi della Giustizia Minorile, sito a via del Pratello a Bologna, zona “non semplice” e punto di riferimento alternativo che risale ai movimenti del 1977, quando da queste parti campeggiava la storica sede di Radio Alice.

“Riva Sud Mediterraneo” è stata una rassegna di sguardi e pensieri e parole e voci e immagini. Un teatro aperto su quel mare nostrum, che oggi più che mai, è luogo di rivoluzione, liberazione, azione da parte dei popoli orientali.

In scena, accompagnate dalle musiche di Medinsud, le voci di Angela Malfitano, Francesca Mazza, Luciano Manzalini, Maurizio Cardillo e Fiorenza Menni. Le serate, di volta in volta, sono state introdotte dalle riflessioni di Luca Alessandrini, Tahar Lamri e Gianni Sofri.

Gli autori presi di mira per una riflessione e una interpretazione profonda, sono stati: Kaled Al Khamissi (Voci dei Taxi del Cairo. Il Cairo. Oggi); Ala Al Aswani (Voci da un Palazzo. Il Cairo. 2002); Assia Djebar (Voci di donne. Algeri. Fine Novecento); Nagib Mahfuz (Voci di vicoli. Il Cairo. Novecento); Paul Bowles (Voci dal deserto. Tangeri. Novecento); Elias Canetti (Voci ignote di Marrakech. Echi di viaggio. Anni ’50).

Per tutte le curiosità www.teatrodelpratello.it

Buona visione a tutti!

Apre i battenti la XXV edizione del festival “Il cinema ritrovato”. Bologna e la cineteca si agghindano a festa per accogliere le pellicole più belle, per riportare alla luce e alla bellezza dei colori vitali, metri e metri di bobine in bianco e nero. Otto giorni di “cinema perduto e ritrovato” – dal 25 giugno al 2 luglio – fitti di appuntamenti, incontri, aperitivi, seminari, laboratori, mostre e scatti fotografici, e soprattutto di visioni senza tempo che prendono forma sul grande schermo. In piazza Maggiore o nelle sale messe a disposizione dalla cineteca di Bologna, “il grande schermo” è il vero protagonista: il suo fascino resiste alle innovazioni del digitale.

Un’edizione importante questa del 2011, un traguardo: le nozze d’argento del “cinema ritrovato”. In realtà è il paradiso dei cinefili, una macchina del tempo, un rendez vous a cui la città non rinuncia nemmeno sotto la canicola asfissiante dell’estate bolognese. All’ombra del Nettuno, il festival ci conduce tra film, documentari e dibattiti attorno agli autori del Novecento. Ma non solo; musica live, l’orchestra al completo del Teatro Comunale di Bologna, impressionismo, realismo, prospettive estetiche, riverberi di classicità, eventi storici e personaggi culto/storia del cinema, che si confondono con la tecnologia cinematografica post contemporanea. Ad inaugurare la kermesse 2011 Giuseppe Tornatore. A Goffredo Lombardi, istituzione del cinema italiano per eccellenza, signore e padrone della “Titanus” della dolce vita e poi degli anni ruggenti, l’omaggio del regista siciliano con il film – documento L’ultimo Gattopardo.

Cinema popolare e cinema d’autore, i film muti e i capolavori di Howard Hawks, Il ladro di Bagdad e l’ultimo documentario di Martin Scorsese, la pioniera Alice Guy e un tributo ad Elias Kazan, e ancora la fotografia didattica di Eric Rohmer, Le voyage dans la lune, il socialismo, l’intelligenza civile di Luigi Zampa, la guerra in Libia e il progetto Chaplin, troverete di tutto sotto le stelle de “Il cinema ritrovato”, persino il superatissimo luogo comune che Agli uomini piacciono le bionde, tanto per citare un classico!

Il programma al completo si può scaricare dal sito http://www.cinetecadibologna.it/

FLI: scacco vincente a destra e a sinistra

Dimentichiamoci la destra conservatrice, xenofoba, nazionalista, la destra delle svastiche e delle leggi razziali, la destra espressione dei ceti alti, dei finanzieri e dell’industria, dimentichiamo quell’immagine obsoleta di destra tradizionale, e mettiamoci chiaro in testa che oggi, in Italia, si deve parlare solo di “destra sociale” alla Fini. Ebbene si, Gianfranco Fini, cresciuto ai piedi di Almirante, esattamente come San Paolo ai piedi di Gamaliele, è l’uomo della svolta in grado di superare la più antica dottrina conservatrice e di aprirsi all’europeismo e addirittura alla sinistra. E tutto nel nome sacrosanto di un’Italia unita. Privo di slanci, il Bel Paese pare ora ritrovare dietro il fairplay di Gianfranco Fini quel coraggio che gli occorre per reagire alla decadenza e al declino.

E’ già la quarta volta che Futuro e Libertà, nuovo soggetto politico finiano a tutto tondo, creatura che finalmente non deve essere divisa fra due genitori separati in casa, si presenta al Paese. Al Teatro Manzoni di Bologna, Futuro e Libertà si è rivolto ai giovani. La risposta non è venuta meno, a vedere la sala gremita e un numero crescente di giovanissimi provenienti spontaneamente dalle regioni limitrofe, accalcati ai lati ad ascoltare l’intensa kermesse finiana. E a onor del vero il consenso giovanile appare doppio, secondo i dati, nei confronti di Futuro e Libertà, se paragonati alle altre forze politiche.

Gianfranco Fini leader, Gianfranco Fini presidente, Gianfranco Fini salvatore della Patria, Gianfranco Fini, il messia, l’ultima alternativa per il risveglio politico dell’Italia, Gianfranco Fini sembra convincere in maniera molto più seria di una sinistra confusa e “confusionata” da troppo tempo, stralunata e arroccata nella ricerca spasmodica di un leader che piaccia a tutti. Una sinistra, che anziché ascoltare le istanze della gente, sguazza nelle beghe interne, perde tempo a realizzare il modello superdemocratico. Incapace di piegare la massa a suo favore, oggi la sinistra perde colpi, lasciando agli audaci come Fini, larghe fasce sociali tradizionalmente di cultura rossa, ma che oggi si ritrovano sul palco a raccontare la loro storia di sacrificio, di lavoro, di studio, di passione, davanti ad un leader di destra. E parliamo di operai, piccoli e giovani imprenditori, ricercatori, scrittori, giornalisti, universitari che non sanno più a che santo votarsi. Così, in questa mistura di litigi, corruzione, mancanza di moralità e di punti etici, indecisione, debolezza istituzionale, stanchezza dei partiti, inesistenza dell’opposizione, allora meglio votarsi a santo Gianfranco, che almeno ha avuto il coraggio di alzarsi e dire la sua!

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Appunti di viaggio/2

La Calabria è una terra bellissima, con un panorama talmente vergine, da sembrare inverosimile. Eppure per quanto è splendida, per quanto rievochi miti, altrettanto è una terra aspra e dura. Finché hai un entusiasmo, uno stimolo che ti sprona ad andare avanti, cerchi di restare arroccata a queste immagini di paradiso dalle sfumature mediterranee: il sogno della Magna Grecia sembra essersi fermato nel tempo. Ma quel tempo non c’è più. E quando scopri che tutto è caduco, che i tuoi sforzi sono vani, decidi di smetterla con le illusioni. Ecco perché tanto tempo senza scrivere. Questo tempo e questa terra ti sfiancano. Non la Calabria in sé, che come lido mantiene il suo fascino, appunto immutato, ma la sua anima, la complessità della sua gente ti spossa: un genere che sembra non conoscere il senso civile. Non voglio dire che tutti i calabresi contribuiscano alla realtà di miseria della Calabria, voglio solo dire che non hanno voglia di cambiare, di ribellarsi ad una cultura sotterranea fatta di compromessi, di facciate imbiancate e di chiusura. E questo vale anche per la brava gente, che è davvero tanta in Calabria.

Io non ho avuto voglia di prendere in mano una penna, perché il paesaggio desolato che ho davanti mi deprime e mi lascia disarmata. Ho perso la fiducia, in tutto e in tutti, perciò ho deciso di intraprendere un viaggio, quanto lungo non lo so. Voglio scoprire quanta radice ci sia in me e cosa ci sia oltre quell’orizzonte. Prima Bologna, maestosa, romantica, pregna di cultura, poi Ferrara, che sembra nascondere delitti oscuri nelle sue nebbie, adesso Bergamo dove mi aspetta un pezzo di famiglia già emigrata e domani Milano, dove forse sarà la mia famiglia. Mete che mi sono prefissata, un po’ per fuggire, un po’ per ritrovare la strada.

Lo scrittore, il giornalista, chi vive di scrittura ha bisogno di osservare, e a tratti anche di pensare. Io ho pensato, ora ho bisogno di osservare. Non so se mi ritornerà quella voglia infinita di scrivere. Fiumi di inchiostro che sembrano non appartenermi più, perché anche la mia scrittura sente di dover virare, aspettare un altro vento, ingranare quella marcia che ora le manca.

Buone cene a tutti; senza proclami e senza auguri particolari: solo che qualcosa cambi. Tutto qui. Ironia a parte.

Quegli indimenticabili anni ’80

 

Gli anni ’80 ? Per molti sono gli anni dei Duran Duran e degli Spandau Ballet, una guerra con due sole voci. Per altri il ricordo si perde nei videoclip di Dj Television e per altri ancora il canone di riferimento resta il punk e il post punk, così divinamente illuminato da un livello dark, da influenzare un’intera generazione di disorientati, molti dei quali si lasciarono tentare da certe confluenze del Movimento ’77 o si dileguarono nell’ambizione yuppie. Ma gli anni ’80, politica massonica a parte con interessi scivolati in Tangentopoli, subiscono un riflusso generoso all’interno della scena underground, che proprio perché sotterranea, rimase sconosciuta a tutti quelli che preferirono adeguarsi, dividendosi fra Simon Le Bon e Tony Hadley. Sono di scena i neo Sixties.

E’ una pagina sconosciuta della nostra storia musicale più genuina, che Roberto Calabrò, con Eighties Colours. Garage, beat e psichedelia nell’Italia degli anni Ottanta (Coniglio Editore, 224 pag. 34 euro), riprende dagli scaffali impolverati del tempo.

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