Quei tre venuti da Paracorio…

E’ incredibile come la semplicità di un racconto familiare possa impregnare di orgoglio e dignità anche chi, quella storia, non l’ha vissuta mai. Come quando scorre la pellicola in bianco e nero di “Nuovo Cinema paradiso”, così le pagine de “La signora di Ellis Island” di Mimmo Gangemi, scorrono davanti ad un lettore attonito per la bellezza della narrativa. E il lettore intelligente, sa fin da subito che ha fra le mani una delle opere letterarie più belle degli ultimi anni. Nulla da invidiare dunque, agli scrittori stranieri e tutto il merito ad una casa editrice come la Einaudi (Stile Libero), che ha scelto di investire su un talento nascosto. Il genio letterario di Gangemi si era già manifestato con “Il giudice meschino” pubblicato appena due anni fa, ma il tempo e i ricordi e l’attaccamento a questa terra aspra – la Calabria – amara quanto le lacrime di chi è partito, gli hanno messo in testa un’altra follia letteraria. Per la bontà, per la ricchezza, per la genuinità, e soprattutto per quelle seicento pagine che scivolano via, e appena finita la lettura quasi dispiace che sia finita. E si resta ancorati a quel vago senso di paternità perduta, quasi orfani di un romanzo che pretende di avere un seguito. Ma ne vale la pena ? Quale Italia in questi ultimi trent’anni ?

Ingegnere di mestiere, Mimmo Gangemi raccoglie in punta di penna la fotografia del Novecento. E lo fa con una levità unica, raschiando al fondo dei nostri migliori sentimenti, quando gli Italiani erano veramente “brava gente”. La scena si apre su un Giuseppe Musitano ventunenne pronto ad imbarcarsi per la “Merica”. Dalla pancia del piroscafo che lo inghiotte nelle incertezze di un destino che non tarderà a compiersi nel migliore dei modi, si dipana l’esistenza di una famiglia di calabresi venuti da Paracorio.

Tre generazioni per assaporare prima un piccolo e faticato benessere, poi l’ascesa sociale dei figli. E’ un’epopea di giusti, di uomini esposti al miracolo; primo fra tutti quello di Giuseppe, che quando si ritrova dietro le transenne di Ellis Island per essere rispedito a casa, incontra la sua Madonna del Carmine: la Signora di Ellis Island con un bimbo in braccio, splendente nel suo vestito azzurro. Un fatto vero, che diventa mistico nella mente di Giuseppe e che disegna l’intero percorso di vita suo, e di quelli che verranno. Al fondo, la miseria che noi Italiani moderni cerchiamo di nascondere, ma che fu pane dei nostri nonni contadini emigranti, le guerre mondiali, il fascismo, le colonie, le razzie e le violenze della civiltà, il boom economico, i primi passi della ‘ndrangheta, ma ancora un’Italia senza vizi col coraggio di lottare, perdere e rialzarsi.

Stilisticamente ne viene fuori un’architettura narrativa priva di qualsivoglia sbavatura, persino nell’uso ricercato dei regionalismi; un perfetto incastro di eventi e personaggi; un diario intimo e viscerale, che trova radice nella famiglia stessa dei Gangemi d’Aspromonte, fitto di memoria e volti e passioni, che non siano il cinismo o la sporcizia morale del Bel Paese contemporaneo, e di un passato che non merita di finire nel dimenticatoio. Forse perché ci rinnova il sacrificio, ma anche la grandezza, forse perché è anche il nostro miglior futuro e il destino di tutti i calabresi.

 

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