A testa in giù

Chi si aspettava un libro di filosofia ha capito ancora ben poco del fenomeno “mafia”. Perché poi la mafia, non è un fenomeno. Loro hanno pensato bene di farla diventare o di farla restare un fatto meramente culturale, una sorta di atto folkloristico da illustrare al turista di turno; invece la mafia esiste, e quando si tratta di ‘ndrangheta, nel caso specifico, viene fuori un’immagine della Calabria, che se proviamo a rivoltarla, come le tasche della nostra giacca, ci rovesciamo addosso un’infinità di immondizie.

E’ un’inchiesta fresca fresca di stampa, quella che Nino Amadore porta avanti in “La Calabria sottosopra”. Uscito per i tipi della Rubettino editore di Soveria Mannelli, “La Calabria sottosopra” ha appena 115 pagine (euro 12), ma sono abbastanza per decidere di mettere a nudo un volto sconosciuto ai più, o per tutti quelli che fanno finta di non vedere o che magari credono che la ‘ndrangheta possa estirparsi facilmente: basta denunciare. Si, la lotta contro l’illegalità è un buon punto di partenza, ma non basta, perché la ‘ndrangheta in Calabria, ce l’abbiamo fin dentro casa, fin dentro le mura delle nostre scuole, nelle aule delle università, in luoghi dove dovrebbe regnare la giustizia. E invece i mafiosi moderni, hanno appeso al chiodo coppola e lupara, hanno mandato i figli a studiare e poi gli hanno insegnato il metodo. Gli uomini della mafia adesso, non sono soggetti sollecitati al crimine, che rappresentano pedine facili in punti chiave del sistema Paese, ma sono quei figli stessi che cresciuti e pasciuti all’ombra della connivenza, hanno occupato gli scranni istituzionali. Vi pare poco ? Per Nino Amadore, giornalista messinese e oggi redattore de Il Sole 24 ore, a Palermo, da vent’anni sulla notizia e da sempre a caccia di notizie scottanti e inchieste scomode, è anche abbastanza per affermare che la ‘ndrangheta è un cancro, anzi una vera e propria “classe dirigente” che ha imparato a stare nei salotti buoni, negli enti locali, persino nelle logge massoniche.

“La Calabria sottosopra”, la cui prefazione è affidata a Francesco Gaeta, apre un quadro sconcertante dove non c’è salvezza per nessuno, ognuno ha il suo peccato: soprattutto i calabresi, che di futuro né come verbo né come prospettiva, non ne vogliono sapere.

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