Un calabrese sulla scena

 

Aroldo Tieri è un uomo piccolo. Magro, segaligno e scavato nel volto, la sua fibra interiore è tutta la sostanza che si ritrova. In scena e nella vita, è un meridionale riservato, un fascino quasi ombroso che deve tutto alla sua calabresità. Con quel mutismo che appartiene più ai pastori arroccati nelle pieghe dell’Aspromonte, Aroldo Tieri ha attraversato un secolo di teatro, cinema e televisione, mischiando affetti e personaggi, e resistendo appena al confine pericoloso che c’è tra attore e uomo, ma pure sapendo nascere mille altre volte.

Moriva quattro anni fa, durante le feste natalizie.

Una carriera folgorante vissuta accanto alla moglie/attrice Giuliana Lojodice; un personaggio che ha saputo lavorare con discrezione accanto al principe della risata assorbendone l’umanità prima ancora che la verve comica, un uomo dalle invidiabili risorse e per il quale l’esperienza cinematografica ha rappresentato solo “una scuola”, senza mai avvilupparlo nei suoi eccessi hollywoodiani, né in quelli della dolce vita. Centotrenta ciak in pieno stile italiano, non hanno messo radici nel calabrese risoluto che viveva in lui, in un Tieri nato dal teatro e per il teatro. Un destino già segnato dal cognome. Figlio di quel Vincenzo Tieri, che da Corigliano Calabro raggiunge la capitale per affermarsi poi come giornalista, critico e autore di piéce teatrali. “Taide”, dove per la prima volta facevano capolino le nudità di Paola Borboni, fu una di quelle che Aroldo interpretò, mantenendo fervido per tutta l’esistenza il ricordo del padre: «Mio padre – ha spiegato nell’intervista concessa ad Antonio Panzarella – è stato un alto punto di riferimento nella mia vita di uomo e di attore. Ogni giorno lo cerco e lo incontro nella memoria». Quando fa queste affermazioni Aroldo Tieri ha settantuno anni, ma è un attore lucido e raffinato, uno di quelli che ha cesellato il suo mestiere partendo da se stesso e rovistando nei meandri del suo carattere, preferendo ambientare gli aspetti più inquieti dell’animo umano, persino quelle trame perverse che sempre più spesso si insinuano nell’uomo comune. Dal disadatto al nevrotico alla macchietta, Tieri ha assaporato il mestiere di attore, come un prescelto, un mistico dell’azione teatrale. Impegno, ragione, costruzione, collaborazione, sottigliezza stilistica, umiltà, professionalità, fede, sono gli ingredienti di un uomo, che possiamo definire “attore per tutte le stagioni”.

E’ bene aprire il sipario sulla sua carriera, cominciando dall’inizio. A volte le cose ad un certo punto iniziano. Nel caso di Tieri iniziano nel 1935. L’Accademia di Arte Drammatica “Silvio D’Amico”, fondata dallo stesso D’Amico che fu presidente ed eccezionale insegnante di teatro, fu il primo successo di Aroldo. Nel senso che, dopo il saggio finale, Renato Simoni scelse proprio Aroldo Tieri per interpretare Malatestino nella “Francesca da Rimini” del D’Annunzio. Trampolino di lancio per la compagnia del teatro Eliseo di Roma, in cui entrò nel 1938. È dell’anno dopo l’esordio cinematografico in “Mille chilometri al minuto”, diretto da Mario Mattoli, cui seguirono diverse commedie dei “telefoni bianchi”. Poi fu il tempo della guerra, senza se e senza ma!

Dal debutto nel ’38 all’uomo in grigio di “Marionette, che passione!” la carriera di Tieri si è sempre svolta sotto il segno della continuità e insieme, dell’innovazione. Per la temperie storica in cui si è ritrovato a vivere i suoi anni giovanili, è un fatto straordinario che nemmeno una guerra logorante come la seconda guerra mondiale, ha potuto frenare. Le frontiere del teatro, del cinema, della televisione e della radio, passato lo spavento, si aprirono davanti a lui. Non senza un fatica quotidiana, che lo ha ricompensato con la longevità artistica terminata solo nel 1999 con il ritiro volontario dalle scene. L’ultima sua interpretazione è stata “L’amante”, tratto dal romanzo di Marguerite Duras, appunto nel 1999.

Antipatia e pietà, questi erano i sentimenti contrastanti, che suscitava Tieri, attraverso le sue performance. Un pubblico attento, riusciva a cogliere l’avversione di un fascino “cattivo”, a tratti crudele.  Tieri incarna perfettamente il risvolto inquieto/diabolico/nevrotico di quei tanti buoni e simpatici, che hanno attraversato la storia della letteratura e dell’umanità. Tra gli anni ’50 e ’60 Tieri si dedica con maggiore intensità al cinema , alla radio e alla televisione. È stato spalla di successo dei maggiori interpreti della commedia all’italiana; accanto a Totò recitò tredici volte. Persino la radio lo travolse con i suoi radiodrammi. Si ricordano i “Racconti romani” di Alberto Moravia, partecipando a ben due edizioni del “Gran varietà” insieme alla sua Giuliana. La televisione lo ha visto protagonista anche in “Canzonissima”, 1960/61, insieme a Lauretta Masiero e Alberto Lionello. Sono solo alcuni passaggi di una carriera prolifica e di un attore mai pago del suo lavoro, sempre pronto a nuove sfide.

In ultimo, vogliamo ricordare il personaggio ambiguo di “Un marito” di Italo Svevo, che gli valse nel 1984, il premio Armando Curcio.

 

 

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