I percorsi della lingua italiana

L’Italia. Paese di santi, eroi e playboy, ultimamente. E i poeti ? E gli scrittori ? Per Gian Luigi Beccaria, parente di quell’altro Beccaria, non il Cesare, che si scagliava contro la pena di morte, ma del Giovambattista, che fece della fisica la sua ragione di vita, insomma per il Beccaria dei nostri tempi, narratori e poeti ormai non contano più, almeno per quanto concerne la norma linguistica. «Le fonti sono altre», spiega. Mass media e televisione fanno la loro parte in questo mare magnum di parole nuove, fatte e disfatte nell’arco di una primavera. Ma anche politica, informatica, uso dei cellulari e dei network, un’insalata mista che non giova all’italiano, pur difendendo a spada tratta ancora qualche primato: la musica, il bel canto, l’arte.

Linguista impegnato, docente universitario, critico letterario, amante dell’Italia non solo a motivo della parlata, ma anche dell’identità italiana come espressione di un popolo che si è distinto nel tempo e nello spazio, Gian Luigi Beccaria autore di innumerevoli saggi, oltre al premiato Il mare in un imbuto edito Einaudi e sottotitolato “Dove va la lingua italiana” (premio “Leonida Repaci” per la saggistica all’interno dell’evento Premi Reghium Julii 2010, Teatro Francesco Cilea, Reggio Calabria), si indigna di fronte ad un paese, che progressivamente sta perdendo il suo smalto, all’estero soprattutto, nei confronti dei suoi giovani migliori e nell’integrità linguistica. Con lui si parla di lingua italiana, inglesismi, provincialismi, dialetti, congiuntivi e indicativi, regole grammaticali, frutto di una lunga discussione col suo pubblico di lettori, e che appunto sfocia in Il mare in un imbuto. Ma si scopre anche la sua opinione di piemontese purosangue che non crede al mito della Padania: «la Padania non esiste – sostiene – è un’invenzione provocatoria senza senso». E non s’indigna nemmeno quando citiamo il successo di Terroni, giunto alla 14ma ristampa. Scritto dal pugliese Pino Aprile, e vincitore del premio Reghium Julii “Gaetano Cingari” come saggio sul Mezzogiorno, l’opera lancia un’accusa aperta ai piemontesi, che dell’unità d’Italia fecero un’annessione manu militari del Sud, condita di stupri, eccidi e stragi che farebbero inorridire i nazisti. Ma Gian Luigi Beccaria, pur essendo uomo di passioni, stempera gli estremismi con osservazioni che egli riconduce sempre al senso della lingua italiana. Per lui la polemica si concentra sul termine “terroni”, e nulla più.

Schietto e tagliente, invece, quando lo pungoliamo sulla riforma Gelmini. «Sulla carta è un’ottima riforma, ma solo sulla carta; il vero problema – ribadisce con amarezza – è il taglio dei fondi». Una sensibilità che va a favore dei nuovi cervelli, costretti ad abbandonare l’Italia. «Soldi alle università private, sprechi, miliardi per gli armamenti, evasione delle tasse, le soluzioni ci sarebbero per non togliere risorse alla scuola, invece è una cenerentola: siamo al penultimo posto per investimenti in formazione, appena prima di un paese africano; eppure abbiamo validi ricercatori, che ci mantengono al secondo posto. Pagheremo cara la destrutturazione della scuola».

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