Fjelds, ghiaccio bollente

Che cosa c’è di nuovo sotto questo cielo ? Roccia che si spacca; polvere lunare che si condensa in sonorità ancestrali; raffiche cristalline che mozzano il battito al cuore. Si chiamano Fjelds, sono giovani, giovanissimi. Da appena sei mesi hanno levato il primo vagito, irrompendo come una bufera nel panorama della musica indie reggina, nell’ambito delle autoproduzioni, nel silenzio della notte, in un regime postrock allentato da atmosfere cariche di freschezza. Spontanei, genuini, naturali, puliti, i Fjelds guardano con nostalgia al suono freddo, lo praticano con personale energia, lo caricano di temi intimi, di scritture musicali intense, di sperimentazioni strumentali, di rinnovato vigore. E’ una forma mentis, che trova il suo cordone ombelicale nella musica nordica, nella neve dell’Islanda.

Giuseppe Porcino, voce e chitarra e autore dei testi, Daniele Giustra, drums/vocals, Marco Ragno, il ragioniere della band, alle prese con tastierine anni ‘80, xilofono, bontempi m – 40, cymbalon, e poi inaspettati toys dall’altrettanto suono inaspettato, irriverente e suggestivo, che fa pendant con lo schema classico della voce e della chitarra.

Li abbiamo ascoltati live, e adorati, al Multikulti Shop di Reggio Calabria, in una cornice informale; una soluzione estemporanea che ha concentrato la tensione, prestando il fianco all’immediatezza della band.

«Abbiamo cominciato facendo delle sperimentazioni con gli strumenti – ha spiegato Marco Ragno – ma poi sono venute fuori delle cose ambient e infine le canzoni molto simili a pagine di diario». Nascono così, per gioco i Fjelds, ma anche per il desiderio intrinseco di segnare un sentiero. «Il nome Fjelds, significa “roccia” in lingua svedese; lo abbiamo scelto per assonanza, ma anche per ragioni spaziali perché ci riferiamo alle atmosfere fredde». In realtà sono dei rockers molto armonici, con un’esplosione interiore che accarezza l’anima musicale, a metà tra un folk e un pop rock raccolto, dall’aria molto americana, forse anche antiquata, con un assaggio anni ‘50, ma splendidamente freschi e disinibiti nella scena nordica. Evidenti le influenze di Arcade Fire, Grandaddy, Sigur Ros e dei Clap Your Hands Say Yeah, tutti gruppi indie/rock, che possiamo fare rientrare nell’ambito della “best new music”. I Fjelds si aggregano, manifestando la loro indipendenza e una personalità tenace.

Piacevolmente freddi e bravi, raccontano la quotidianità, le emozioni inviolate, la precarietà dei trentenni. Le canzoni non veicolano un messaggio, se non quello dei sentimenti interiori, di pagine personali vissute in solitudine o a stemperare la tensione sulla chitarra; è il dipinto sano di noi giovani, una creatività messa al servizio delle inquietudini, dell’amore spezzato, dell’amico perso e ritrovato, l’introspezione della fanciullezza mai svanita.

Il progetto Fjelds si è già cimentato nel contesto nazionale di Arezzo Wave, del Partyzan e del Gaia Festival; recensiti dalla rivista Blow Up, i Fjelds, pur non avendo ancora completato il primo vero album, potete ascoltarli su www.myspace.com/fjelds. Oggi il mercato delle autoproduzioni lo consente, e francamente i Fjelds meritano di acquisire crediti, di distinguersi dal coro dei subalterni. Per loro, forse, anche un video di Fabio Mollo, regista e sceneggiatore ormai di fama internazionale. La genialità di Mollo, sicuramente, saprà trasformare in immagini, la musica schietta dei Fjelds e la profondità ricercata della voce di Giuseppe Porcino, vero leader.

Il prossimo appuntamento per i Fjelds, adesso, è a Musica sott’olio in quel di Taurianova (RC), il 22 agosto prossimo all’interno della rassegna “Invasioni urbane” a cura di Mammalucco Onlus, una proiezione dei Captain Quentin.

Nella foto ufficiale sono ripresi da Arianna Malara.

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