40 anni di barricate

 

La passione per la rivolta sale goccia a goccia, come un’adrenalina malefica, che muta il metabolismo asfittico del corpo. Così è della coscienza di un popolo, un corpo civile, che sente la febbre dell’ingiustizia, e divora subito una soluzione/anticorpo, che esplode come un colpo in canna. E’ la rivolta di Reggio, sorta spontanea dal bisogno di dignità di un popolo soggiogato, da sempre preda dello straniero. Un corpo ferito, il popolo reggino, che il 14 luglio 1970 si riversa nelle piazze come uno sciame impazzito. In testa ha solo la sconfitta. Il capoluogo è preso, la battaglia istituzionale è persa, al tavolo dei grandi, Reggio Calabria è ancora una volta barattata. E’ la guerra! Mai s’era visto tanto ardore da parte della gente comune. C’è spazio per tutti, uomini, donne e studenti, la piazza diventa l’agorà del dibattito, lo spazio dello sfogo feroce, che richiama persino i carri armati. Lo Stato non sa come reagire, e come è solito, di fronte al risveglio degli orgogli, di fronte alle prese di posizione, lo Stato Italiano si fa feroce e violento, un debole col corpo da mostro pronto a divorare, senza alternativa di dialogo.

Quarant’anni sono passati, e il bruciore della ferita non si è spento. Gli anni bui però sono finiti, la primavera reggina ha risolto l’oscurantismo civile di un territorio depredato dai suoi stessi fratelli. Adesso la presidenza della Regione, ha sangue reggino. Un moto di riscatto, che parte dal basso, continua a ricordare il sopruso, l’inganno, il bavaglio, il miraggio disperso, un tempo taciuto alla concretezza dei fatti, i misfatti, gli abusi, le tesi irrisolte. Reggio bella e gentile non può essere messa da parte, ma l’unica volta in cui si è liberata del giogo, lo Stato ha avuto paura, si è trincerato nella difesa della “ragion di Stato”. Eppure Reggio Calabria, con questo atto estremo ha fatto storia, e ha concluso, suo malgrado, la parabola delle rivoluzioni incominciata qualche secolo prima, sempre da qui, sempre dal Meridione. Eppure qualcosa è andato storto; chi non ha mai avuto potere, difficilmente sa gestire la situazione, e così la rivolta si trasforma in un panegirico violento, accusando i colpi di questo o quell’intrigo politico, di forze opposte e tenebrose, a destra a sinistra al centro al margine, politiche, massoniche, ‘ndranghetiste.

Reggio resta comunque il capoluogo morale della Calabria, una fetta di paradiso svenduto, a guardia dello Stretto e dell’Aspromonte, a metà fra il mito, la leggenda e la storia, in quell’Italia che alle spalle continua a tramare!

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