Locri Epizefiri: tracce di vita e di morte

Corre voce che il Mezzogiorno d’Italia, rappresenti l’appendice più segreta di un’Italia dal volto antico e incantato. In questo può venirci in aiuto l’archeologia, scienza predominante nello studio del passato e d’ausilio verso la concretezza di teorie storiche, animate proprio dagli scavi e dal materiale rilevato in loco. Tra le perle del Mezzogiorno, non era sfuggita al celebre archeologo Paolo Orsi, Locri Epizefiri, posta sulla costa jonica a tre km dall’odierna Locri, oggi provincia di Reggio Calabria.

E’ ormai trascorso un secolo e oltre, da quando il genio dell’archeologia meridionale, incideva il sito locrese, per porre una testimonianza fedele alle sue supposizioni. E’ in quell’epoca, tra il 1910 e il 1915, che “sbuca fuori dalla terra”, una tra le aree funerarie più estese, con oltre 1700 tombe: la necropoli di Lucifero, per la vicinanza col fiume Lucifero, nell’area archeologica della contrada Marasà, dove sorgeva anche uno dei templi più suggestivi e popolati.

E’ di questi giorni la notizia del ritrovamento e del riordino dei “taccuini” di Paolo Orsi, un prezioso e prestigioso reperto contemporaneo, che ci schiude la realtà urbanistica dell’antica Locri. I documenti prodotti dall’archeologo durante le campagne di scavo, infatti, registrano in maniera puntale, dettagliata e precisa, e dunque incredibile per un’epoca priva dei mezzi tecnologici attuali, tutto ciò che è stato ritrovato nel territorio locrese. Taccuini in perfetto stato, corredati anche di disegni artistici e planimetrie a mano libera dello stesso Orsi, che squarciano l’oblio della necropoli di Locri Epizefiri, caduta nel dimenticatoio a causa del venir meno degli scavi, e soprattutto a causa dell’abulia progressiva che ha colpito la Soprintendenza calabrese, sempre più attenta a districarsi fra i mille cavilli addotti dal Ministero dei Beni Culturali.

A riportare al punto il bandolo della matassa, l’Università di Torino, grazie alle ricerche di Diego Elia, ordinario di Archeologia classica e oggi direttore della missione archeologica, che pur ripartendo dai fondi di magazzino, sostiene alcune affascinanti tesi sull’antico mondo meridionale.

Lo scenario fermo dall’inizio del 900, si movimenta ora grazie alla ricostruzione della “città dei morti”. In realtà le aree ritrovate, e adibite ad accogliere le tombe, sono attualmente cinque, di cui si conosce l’esatta localizzazione posta presso le cinta murarie. Paolo Orsi, in effetti, aveva individuato il limite antico della necropoli, ma è evidente dalle intuizioni e dagli studi degli archeologi, che la necropoli, concentrata soprattutto sulla linea costiera, si estendesse anche verso l’interno della città. La tesi più opportuna costruita da Diego Elia, evidenzia una stretta regolamentazione del sistema funerario, che abbraccia un lasso di tempo dal VI al IV secolo a. C., durante il quale i locresi hanno mutato consistenza politica e con essa anche modalità di vita e di organizzazione degli spazi urbani.

«Dalla metà del VI secolo – spiega Elia – i locresi ripensano agli spazi urbani dei vivi, perciò anche “la città dei morti” sembra obbedire ad una logica di lottizzazione/pianificazione del territorio. E’ in questa fase che nasce un sistema di segnali, che funge da riconoscimento delle tombe o gruppi di tombe, disposte non per estrazione sociale, ma per nuclei familiari». Questa ipotesi, documentata dai vari segnacoli (arule, basi di colonne, iscrizioni, altari votivi, capitelli, cumuli di ciottoli, cippi, naiskos…) ritrovati a Locri Epizefiri, alimentano anche le modalità di un’ideologia sociale locrese, rafforzata da un rito funerario piuttosto sobrio e severo, scevro dall’inondare la camera tombale con un gran numero di arredi e corredi. In realtà, esaminando meglio i reperti e il materiale catalogato da Orsi, Diego Elia, che ormai dagli anni ’80 studia il sito locrese convinto che ci sia ancora molto da rilevare nel sottosuolo, esistono alcune eccezioni. In varie tombe, infatti, il numero degli oggetti depositati per traghettare il defunto nell’Aldilà, superano anche il numero di trenta. Manufatti pregiati e prestigiosi, che rivelano il fine artigianato dell’antica Calabria, e allo stesso tempo un florido commercio col Mediterraneo circostante. Vasi in vetro e alabastro, provenienti dall’Egitto o da Rodi, evidenziano gli scambi. Maggiore eccesso di prodotti rientrano nei monumenti femminili; le donne venivano seppellite con gli oggetti per la toeletta e i gioielli sfarzosi; gli uomini, invece, dovevano accontentarsi degli utensili legati alla convivialità, dato che il banchetto era l’ambito congeniale all’uomo magno greco. Nei corredi funerari mancano attrezzi militari: le armi non sono state attestate nel mondo greco; più facile ritrovare scene di guerra o di atti eroici nelle immagini dipinte sulla stimata ceramica greca.

Col tempo, la necropoli locrese fu abbandonata. «Verso il III – II secolo a. C., aree sacre e santuari vengono lasciati a sé stessi; probabilmente perché già dalla metà del IV secolo, un cambiamento repentino  dovuto a passaggi politici più moderati, avrebbe rivisto la sistemazione degli spazi, tra i vivi e i morti».

Il sito di Locri Epizefiri ha dunque, un ruolo fondamentale nella Calabria meridionale, sia nella fase arcaica sia classica sia ellenistica; un angolo della nostra storia più gloriosa e risoluta, che evidenzia non una realtà di pietre, ma una realtà di persone attive. Eppure non si spiega perché da anni ormai non si scavi più, e soprattutto non si pubblichino i risultati delle ricerche. Si dovrebbe invece, optare, anche come soluzione di sviluppo al turismo, per un sistema integrato di itinerari culturali, gestiti sapientemente dalle amministrazioni locali. Ora che Reggio Calabria, si accinge ad essere la prima Città Metropolitana del profondo Sud, dovrebbe inquadrare l’enorme patrimonio del territorio calabrese, in una logica politica intercomunale. Motivo in più per uscire dal secolare isolamento.

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