Nel segno di Peppe Valarioti

Hanno solo trent’anni e quando i primi omicidi politici alla fine degli anni ’70, scalfivano la quiete delle estati calabresi, loro erano appena nati. Eppure, non è mancato il coraggio di riaprire una pagina storica dolorosa per la Calabria e soprattutto per Rosarno, nella provincia reggina. Balzata agli onori della cronaca in questo lungo inverno, per la rivolta degli immigrati, Rosarno e un giovanissimo segretario di sezione del Partito Comunista Italiano, sono i protagonisti de Il caso Valarioti, con i contributi di Giorgio Bocca, un inviato del Nord a Sud, Enrico Fontana, giornalista ed esponente della società civile, Giuseppe Smorto, condirettore di Repubblica.it, e la prefazione di Filippo Veltri, caporedattore di Ansa Calabria.

Scritto a quattro mani da Danilo Chirico e Alessio Magro, Il caso Valarioti, edito Round Robin, viene pubblicato a trent’anni dall’assassinio di Giuseppe Valarioti, rosarnese, docente precario, intellettuale, attivista politico, convinto che politica e cultura fossero le armi giuste per attuare il cambiamento, per dare un’opportunità al suo paese. Il 10 giugno 1980, il PCI, in Calabria, otteneva la sua vittoria, ma per Peppe Valarioti, troppo abituato a parlare, a caldeggiare certe verità, è l’ultima festa insieme ai compagni di partito. Viene freddato dalla nascente ‘ndrangheta quella stessa notte, e su di lui cala il silenzio. Mentre sul territorio della Piana, cala la scure del compromesso affaristico, un oblio mafioso che ancora oggi non vede via d’uscita.

Danilo Chirico e Alessio Magro, entrambi originari di Reggio Calabria, da anni si impegnano a “risvegliare l’identità” del Meridione. Oggi sono due giovani giornalisti apprezzati in ambito nazionale. Scrivono per diversi quotidiani, come il Manifesto, Repubblica.it, Diario, Narcomafie, Terra, l’Unità. Chirico ha già all’attivo, Onorevoli figli di, Rinascente Edizioni e il racconto Tutto in un’inquadratura, per la Rubbettino, all’interno della raccolta “Ad esempio a me piace”. Alessio Magro ha realizzato diversi dossier sulla mafia ed è stato il primo giornalista italiano ad aver raccontato l’inferno degli emigrati sfruttati, prima ancora che il sistema arrivasse al collasso. Insieme, hanno anche “rivelato” la storia di Rocco GattoFrancesco Vinci. Il sangue dei giusti, Città del Sole Edizioni, scritto con la collaborazione di Claudio Careri, inaugura l’archivio della memoria, di casi irrisolti, di comunisti uccisi dalla ‘ndrangheta, di calabresi fiduciosi nell’incorruttibilità. Fondatori dell’associazione DaSud Onlus, «associazione che cerca di ripensare il modo conosciuto sinora di concepire mafia e antimafia, nord e sud, potere e critica al potere. Che pensa che fare antimafia significhi partecipazione, creatività, rivendicazione di diritti. Che sperimenta modi di essere e pratica Sud».

Sulla vicenda Valarioti, valeva la pena ascoltare dalla viva voce di Danilo Chirico, l’iter investigativo e soprattutto lo sforzo di una ricerca della verità, che a molti operatori dell’informazione, oggi, appare utopia. E invece, la verità è una realtà tangibile, basta cercare nella giusta direzione e avere la volontà di spiegarla.

 Come sono stati gli anni ’70 in Calabria ? «Gli anni ’70 sono un momento cruciale in Calabria per due ragioni. La prima è quella di una ‘ndrangheta, che si trasforma ed entra negli appalti, entra in modo diretto con i suoi esponenti, con la massoneria. Nello stesso tempo c’è poi un movimento antimafia crescente, possiamo definirlo il più imponente della storia della Calabria, che ha la sponda politica proprio nel PCI. I primi omicidi politici, come quello di Valarioti e pochi giorni dopo di Losardo a Cetraro, sono fatti che cambiano il corso della storia, chiudendo il periodo e inaugurando una fase di riflusso». Non dimentichiamo, che tre anni prima erano caduti sul campo Gatto, a Gioiosa Jonica e Vinci, sul Tirreno cosentino, ma ormai la ‘ndrangheta si era evoluta; la scalata allo Stato era cominciata, e lo show business della Piana, centro di interessi agricoli ed economici, non poteva permettersi di subire battute d’arresto. Peppino Lavorato, poi sindaco di Rosarno, e Valarioti, rappresentavano un pericolo, ma era Peppe Valarioti ad esporsi maggiormente, scomodo, fino ad organizzare un comizio politico nella piazza centrale di Rosarno, il giorno dei funerali della madre del boss Pesce. Da una parte i comunisti, dall’altra i mafiosi, in mezzo la gente di Rosarno.

Come si è svolta la ricerca sulla vicenda Valarioti ? Ci sono state difficoltà nell’intercettare gli atti ufficiali ? «Per prima cosa abbiamo fatto le interviste; ci serviva la voce dei testimoni di quegli anni, i compagni di partito, i familiari, gli amici, la fidanzata di Valarioti, Carmela Ferro. Anche se la prima chiacchierata risale a cinque anni fa. Ci sono voluti appunto cinque anni per fare una ricognizione dettagliata del caso. Poi abbiamo sentito gli avvocati, che ci hanno messo a disposizione gli incartamenti sul processo. Tutto questo corredato da un’attenta ricerca di articoli e servizi giornalistici su Valarioti. Le difficoltà ci sono state, certamente. Il processo Valarioti è durato undici anni». Un processo fallito in prima e in seconda battuta. L’impianto accusatorio del pm Giuseppe Tuccio, che aveva incriminato Giuseppe Pesce, il patriarca della ‘ndrina rosarnese, come mandante dell’omicidio, non regge, e tutto si risolve con la piena assoluzione dell’imputato. «In seguito ci furono le dichiarazioni del pentito Pino Scriva, che avrebbero confermato l’impianto accusatorio, tra la Cassazione e l’Appello, ma non furono prese in considerazione. La cosca Pesce fu chiamata in causa nell’incheista bis, ma non si ebbe nessun imputato questa volta, anche perché i giudici parlarono di “processo indiziario”, e tutto si concluse con un’altra assoluzione. La cosa clamorosa è che durante la ricerca alla Procura di Palmi, abbiamo scoperto che alcuni atti di quel processo, erano praticamente scomparsi»

 “Una storia di ieri, preludio dell’Italia di oggi”. In che termini ?  «E’ semplice; il risultato di ciò che siamo oggi, trova i suoi ingredienti in quella fase storica».

 Del rapporto Nord/Sud, politica/territorio, informazione/Sud, mafia/antimafia, che ne pensi ? Sta in queste dinamiche il motivo del nostro “non sviluppo” ? «Rosarno era un pezzo di territorio democratico, e questo libro che parte dal racconto di una storia, prova anche ad interrogarsi su certe dinamiche. Non è un caso se Giorgio Bocca, dice una cosa spaventosa: “è triste venire in Calabria perché è il posto dove gli onesti sono umiliati”. Oggi, secondo noi, anche i mezzi di comunicazione in generale, raccontano male il Sud. Sono poco curiosi, seguono degli stereotipi senza andare a fondo nelle cose. Questo dipende da una cattiva o mancata curiosità dei giornalisti, ma soprattutto dipende dal fatto che c’è una classe dirigente del Paese, che considera alcuni pezzi di territorio ormai persi per sempre». Rosarno ha un passato di gloria; al di là delle coscienze dormienti, nella sua storia si sono distinti patrioti e partigiani, uomini pronti a difendere il territorio e la sua libertà. Adesso Rosarno è una terra malata, abbandonata a sé stessa, un paese fantasma, che ha gettato la spugna regalando alla ‘ndrangheta la sua dignità.

Come non rendere inutile la morte di Valarioti ? «Noi pensiamo che queste storie bisogna raccontarle, per ricostruire la nostra identità; può sembrare banale, ma bisogna ripartire da noi stessi».

 Come è stato accolto il libro a Rosarno ? «Il libro è stato passato al setaccio da molta gente, ma è chiaro che la vicenda Valarioti, riapre una ferita mai rimarginata, una pagina della nostra storia mai affrontata. La verità è che questo fatto è stato dimenticato, volontariamente o meno, anche dalla stessa sinistra, che difficilmente se ne è occupata. Il fatto che due persone così giovani, se ne siano occupate, è davvero emblematico».

L’inchiesta condotta da Danilo Chirico e Alessio Magro, è un saggio appassionato, scritto col cuore in gola e con la consapevolezza che ai Calabresi “manca la memoria”. Un documento, che avvia una riflessione sulle incongruenze dei processi, su indagini portate avanti in maniera inconcludente, sulla personalità di Valarioti, in primis uomo di cultura, idealista, ma concreto nelle azioni sfrontate contro una criminalità selvaggia, che ha rubato l’anima dei veri Calabresi. «Valarioti sapeva guardare la speranza negli occhi dei bambini e dei ragazzi del suo paese, avanti di vent’anni, amante del rapporto diretto con la sua terra, sia sudando nei campi sia nel difenderla dalla speculazione edilizia, sentiva la politica come un bisogno … la sceglie quando Giulio Andreotti promette cattedrali nel deserto prendendo il caffè con i boss. Entra nel PCI, quando questo significa schierarsi senza ambiguità contro la ‘ndrangheta». La sua storia meritava di essere raccontata, ma il viaggio dentro i ricordi dei Calabresi per il momento non è giunto al traguardo. I due giornalisti hanno ancora molto da dire e una “marcia della memoria” è l’occasione per guardarsi indietro e attorno senza peccare di omertà, uno spazio per dire le cose come stanno, senza filtri o facendo finta che tutto sia in ordine. «La marcia ci porterà in giro per il Sud a raccontare altre storie». Dal 3 luglio al 5 agosto, l’asse RomaPolistena, sarà la direttiva dello scambio, del confronto, una misura drastica contro una quiete occulta. E forse anche di un auspicato cambio di rotta.

Per altre curiosità www.dasud.it, www.stopndrangheta.it 

 

 

 

 

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