Vivere da migranti

 

Appartenere ad un mondo “gigante”, tra il qua e il la, tra il dove, il quando, il perché. Tutte domande e visioni che toccano al migrante. Ieri aveva la pelle bianca, di solito italiano, oggi il migrante per eccellenza ha la pelle scura e usa l’Italia come terra di confino, un nuovo mondo che esiste solo nelle figurine dei giocatori di calcio. Ma l’Italia, anche se ha visto arrestare la sua emorragia di uomini e donne, in prevalenza meridionali, nell’arco di un secolo, fra il 1870 e il 1970 circa, non ha finito di disperdere i suoi migliori cervelli per l’intero continente, per il mondo.

Oggi l’emigrazione ha facce diverse, specie quella culturale è fatta di volti giovani e poliglotti; poi ci sono i figli di nessuno, che in genere fanno gli insegnanti, e questi mantengono alto il trend dell’emigrazione interna, ingrossando le file delle attese, alimentando la speranza del ritorno o generando la rassegnazione dell’adeguarsi a quadrati urbani sempre più “cementati”. Niente mare, niente cielo, niente alberi sempreverdi. L’emigrazione è una ferita, uno strappo irrisolto che si perpetua nel tempo, di generazione in generazione, con meno forza e meno coraggio, con tanti titoli in tasca e sempre meno sogni! Ma per Carmine Abate, l’emigrazione può essere anche occasione di ricchezza. L’unica soluzione per fregare la nostalgia, il senso di estraneità che ti prende allo stomaco di fronte a giornate costellate di solitudine. Per non sentirsi mine vaganti, per intrappolare il senso di vuoto, per dare un significato universale alle esperienze vissute, è forse per questo che Carmine Abate ha scritto Vivere per addizione e altri viaggi (Piccola Biblioteca Oscar Mondadori, 153 pag. 9 euro). E’ l’ultimo di una serie del narratore calabrese, ma di origine arbëreshë, cioè italo albanese di seconda generazione. Nato a Carfizzi, in provincia di Crotone, Carmine Abate parte per occupare le cattedre vuote, per supplire ai colleghi in malattia, col suo volto bruno da insegnante ancora non sconfitto dalla brutalità di una gioventù disillusa dalle istituzioni. Quest’ultimo volume uscito nell’aprile scorso, un insieme di racconti che hanno la compattezza del romanzo, ha come centro propulsore la sua vita, per allargarsi poi, a dipanare storie che appartengono a tutti i migranti del mondo. Quasi una poesia interiore, che cerca disperatamente un appiglio in altre culture, e nell’eventuale arricchimento del migrante a contatto col diverso.

Oggi Carmine Abate vive in Trentino Alto Adige; una scelta che ha maturato come punto d’incontro fra la cultura tedesca e quella italiana. Abate infatti, nell’adolescenza, vive anche il distacco dal padre, che deve allontanarsi dalla famiglia per un lavoro di operaio in Germania. Avrà così l’occasione di vivere e lavorare anche lui in Germania, come docente bilingue. Un fatto che frantuma ancora la sua identità di uomo. Di chi sentirsi parte ? E allora perché non vivere per “addizione” ? Come un puzzle, i racconti prendono forma in un romanzo visionario; tante tessere che alla fine sembrano collocate nel giusto percorso. Cosa aggiunge questo libro all’avventura di Abate ? Da sempre infatti, piccole isole arbëreshë popolano i suoi romanzi; insieme alle dure scelte dei calabresi, alle lotte quotidiane. Un’esperienza allora che, evidentemente, ha permesso all’autore di fare un bilancio della propria esistenza, e che invitiamo a leggere con attenzione, anche per carpirne l’atmosfera. Amburgo e Colonia, i monumenti a Scandeberg, le giornate estive a Carfizzi, e abitudini della madre, gli amici rimasti a ciondolare nell’illusione di un cambiamento, il ricordo delle prime comunità albanesi, l’aderenza alle lotte nazionali, il riconoscimento dell’individualità arbëreshë, la festa del ritorno, le tradizioni culinarie, tutto diventa un sorta di ritratto sentimentale, di un uomo diviso a metà e di un popolo.

«Se per i tedeschi continuavo a essere uno straniero; per gli altri stranieri un italiano; per gli italiani, un meridionale o terrone; per i meridionali, un calabrese; per i calabresi, un albanese o “ghieggiu”, come loro chiamano gli arbëreshë; per gli arbëreshë, un germanese o un trentino; per i germanesi e i trentini, uno sradicato, io per me ero semplicemente io, una sintesi di tutte quelle definizioni, una persona che viveva in più culture e con più lingue, per nulla sradicato, anzi con più radici, anche se le più giovani non erano ancora affondate nel terreno, ma volanti nell’aria».

Non abbiamo trovato miglior modo per concludere il nostro pensiero, se non utilizzare le parole dell’autore tratte appunto da Vivere per addizione, su un’opera magistrale, che abbiamo letto con passione e della quale ci sentiamo parte. Di Carmine Abate, che ha esordito nel lontano 1984, sarebbe bene leggere anche, Tra due mari, Il mosaico del tempo grande, Gli anni veloci (dove c’è un vivo ricordo di Rino Gaetano), La festa del ritorno, tutti rigorosamente Oscar Mondadori.

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