Quegli indimenticabili anni ’80

 

Gli anni ’80 ? Per molti sono gli anni dei Duran Duran e degli Spandau Ballet, una guerra con due sole voci. Per altri il ricordo si perde nei videoclip di Dj Television e per altri ancora il canone di riferimento resta il punk e il post punk, così divinamente illuminato da un livello dark, da influenzare un’intera generazione di disorientati, molti dei quali si lasciarono tentare da certe confluenze del Movimento ’77 o si dileguarono nell’ambizione yuppie. Ma gli anni ’80, politica massonica a parte con interessi scivolati in Tangentopoli, subiscono un riflusso generoso all’interno della scena underground, che proprio perché sotterranea, rimase sconosciuta a tutti quelli che preferirono adeguarsi, dividendosi fra Simon Le Bon e Tony Hadley. Sono di scena i neo Sixties.

E’ una pagina sconosciuta della nostra storia musicale più genuina, che Roberto Calabrò, con Eighties Colours. Garage, beat e psichedelia nell’Italia degli anni Ottanta (Coniglio Editore, 224 pag. 34 euro), riprende dagli scaffali impolverati del tempo.

Dal 1985, anno in cui inizia la rivoluzione underground, è trascorso un quarto di secolo. Internet impera, la musica si può scaricare con un semplice clic, ma all’epoca, la scena indipendente, macina chilometri per un vinile o per un concerto che riporta alla freschezza degli anni ‘60. Roberto Calabrò, fa un lavoro mastodontico; due anni interi per scrivere oltre quaranta interviste, dalle band ai produttori, giornalisti, discografici, organizzatori, promoter, escono fuori come da un cilindro magico. Più la ricerca spasmodica di fotografie. Il testo infatti, è corredato da un apparato fotografico e grafico, che ci fa rivivere l’atmosfera di fermento sconosciuto, ribollente sotto etichette/manifesti o le copertine degli Lp. Un gioco d’istinto quello di Roberto Calabrò, che ha messo sul mercato degli insaziabili nostalgici musicofili, materiale incandescente, un volume enciclopedico che è praticamente un “caso” letterario, coprendo la lacuna editoriale che si era formata.

Roberto Calabrò, di origine reggina, oggi scrive attivamente per L’Espresso, La Repubblica, il Venerdì, ed è direttore responsabile di Freak Out, webzine di musica fra le più note, ma per anni si è fatto le ossa su Rockerilla, Rumore, Bassa Fedeltà, Urlo, Ruta 66, I-94 Bar. Fanatico del rock‘n’roll fin dall’adolescenza, la voce di Calabrò si fa tremula nella memoria adolescenziale, quando all’inizio di ogni mese si attendeva l’uscita della rivista prediletta. «A Reggio Calabria, l’ultima periferia dell’impero, quelle riviste musicali rappresentavano il verbo».

Beati anni ’80, quando il gusto di mettere su una band, indossare stivaletti a punta stile Beatles o farsi crescere i capelli, erano gli elementi del distinguo. Mentre una massa anonima si accomodava nei salotti della Milano bene, la scena musicale underground si arricchiva di nuova linfa vitale e i giovani che non si riconoscevano nel grigio diluvio urbano, rammentavano le sonorità neo Sixties, con foga estrema. «All’epoca si parlò di “neo psichedelia” – fa un appunto Calabrò – ma fu un errore semantico dettato dalle riviste musicali, per questioni pratiche, la psichedelia era solo una sfaccettatura degli anni ’60; è per questo che io preferisco utilizzare il termine neo Sixties, perché è il modo più corretto per inquadrare la passione che animava le band». Un’attenzione che diventava suggestione culturale, non solo musica, bensì riesumazione di un mondo di cui ancora si percepivano i fremiti, le gioie, le cromie sonore. Niente di patetico, né un amarcord sterile, piuttosto la ricerca della leggenda musicale, lontani dalle blande profanazioni dell’hardcore o della new wave. «Come reazione alla fase politica e a questi due aspetti musicali, i giovani si rifugiano negli anni ’60, nella fascinazione di quel periodo e nelle sue vibrazioni positive». Passano sotto i riflettori dell’underground gruppi come i Sick Rose, i No Strange, gli Avvoltoi, i Not Moving, i Birdmen of Alkatraz, gli Allison Run, i Magic Potion, e qualche mente intelligente, che ne intuisce qualità e intraprendenza a via di fanzines e compilations. «Fu Claudio Sorge, all’epoca direttore di Rockerilla, a codificare il cambiamento dell’underground italiano, con la pubblicazione della raccolta “Eighties Colours”, vero album – manifesto della scena». Tutto con la complicità di Torino, Bologna, Piacenza, Siena, centri di “smistamento” e “retronuovismo” musicale. Il rock italiano anni ’80 ha ora il suo verbo, Eighties Colours è un reportage irripetibile e intenso, che merita di appartenere ai classici della nostra letteratura, un canzoniere ultramoderno, che canta la voglia di identità e rimette in moto l’onda neo Sixties.

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