U tingiutu

Negli ultimi anni c’è una certa editoria pioniera, che tenta di rappresentare la Calabria produttiva. Di eccellenze, in questo territorio mangiato dalle speculazioni, degradato dal malaffare e impoverito da proiezioni distorte di una data cronaca rapace, in realtà ve ne sono molte. Vivere nel territorio della ‘ndrangheta, non significa necessariamente dover soccombere agli eventi, e siccome l’eredità antropologica ce la portiamo addosso come una seconda pelle, allora l’unica soluzione è spiegare agli altri, come siamo, chi siamo e perché. Ecco che nascono proposte culturali che vanno in questa direzione, come il teatro impegnato o come la collana editoriale “Teatro in tasca”. Un’operazione di marketing culturale promossa da Abramo Editore, un’industria che si arrampica sull’ignoto per portare sul banco delle primizie calabresi anche dei suggerimenti d’avanguardia intellettuale. In questa operazione privilegiata si colloca l’uscita del libro U Tingiutu. Un Aiace di Calabria. Il volume nasce dopo l’esperienza teatrale di Scena Verticale votata ad analizzare i diversi piani del dialetto cosentino, e in particolare di Dario De Luca, che per la prima volta si confronta col mito classico, spingendo la lente d’ingrandimento sulle genealogie contemporanee. U Tingiutu. Un Aiace di Calabria, andato in scena al Festival Teatri delle Mura di Padova, è ora un volume in pieno stile drammaturgico, sintetico e rampante, che si può leggere comodamente in breve tempo e si può metabolizzare pur senza aver visto lo spettacolo.

L’occasione per parlarne è stata la presentazione del testo stesso, l’ottavo nella collana “Teatro in tasca”, all’interno della Primavera dei Teatri, con il racconto a viva voce sul concepimento della scrittura da parte di Dario De Luca, e gli interventi di Mauro Minervino, l’editore e Vincenza Costantino, direttrice della collana e docente presso il Dams/Università della Calabria. «Una regione come la Calabria – spiega Minervino – è piena di problemi, ma è anche ricca di risorse». Lo dimostra questa avventura di Abramo Editore, che si impegna a pubblicare “libretti d’opera”, veri e propri prodotti d’avanguardia, testi di ricerca dal format tascabile, ad uso e consumo anche dei profani. Un modo, insomma, per portarsi a casa qualcosa in più, anche per chi è abituato a vedere spettacoli teatrali. Non c’è il tentativo di fare necessariamente letteratura teatrale, ma solo di portare allo scoperto testi di scena “aperti”.

Dario De Luca è ormai un attore/regista/drammaturgo stimato. La sua passione per il teatro parte da lontano e così la sua avventura con Scena verticale, compagnia che fonda insieme a Saverio La Ruina nel 1992, imponendosi subito come «una delle espressioni più vivaci del nuovo teatro del nostro Sud». La scrittura scenica di De Luca, nel tempo, si è trasformata in una spericolata analisi critica verso la sottocultura meridionale e verso tutte le sue “storture” e quei meccanismi del male interiorizzati dai Calabresi. Aspetti che poi, sulla scena, assumono le forme del ridicolo e del grottesco. U Tingiutu. Un Aiace di Calabria, si porta dietro questo retaggio. Con l’uscita editoriale, tuttavia, De Luca si è rimesso in discussione, passando da un tipo di scrittura per lo spettatore, ad un tipo di scrittura per il lettore. Un’operazione ardua, che ha trasformato un testo complesso e ricco di evidenze psicologiche, in un testo autonomo e in grado di dire qualcosa, di lasciare un messaggio anche a distanza di tempo rispetto alla rappresentazione teatrale. «Per la prima volta – spiega De Luca – mi confrontavo con la scrittura in totale solitudine, perché avevo sempre scritto con la compagnia. Mi era ricapitato fra le mani l’Aiace di Sofocle, ma U Tingiutu nasce quando ho cominciato a scoprire una contiguità tra il parlare degli eroi greci e i nostri capi malavitosi. Subito l’esigenza è quella di indagare la ‘ndrangheta attraverso i miti greci. Ritrovavo una partitura di parole, e allo stesso tempo di gesti, silenzi e sguardi». Il libro dunque, da una parte tenta di dare conto del fenomeno, che è appunto quello teatrale; dall’altra invece è un lavoro specifico sulla lingua, quel dialetto che è una sorta di linguaggio settoriale in merito al malaffare, e dove risiede la “contiguità” fra mondo delle regole e mondo dell’illegittimità. Questa analogia intrinseca rivive nella dialettica dei personaggi, che ripropongono in modo subliminale la tematica dell’insulto al corpo del nemico. Il corpo è quello di Aiace, ma potrebbe essere quello di qualunque malavitoso: ecco che riappare il senso dello sgarro, ecco il rituale della lupara bianca che occulta il cadavere. E così come gli antenati Greci ambivano ad una degna sepoltura per non lasciare l’anima irrisolta, così alla “famiglia” viene tolto un corpo su cui piangere, un ulteriore punizione, più forte dello sgarro perpetrato.

Finalista alla 50ma edizione del Premio Riccione per il Teatro 2009, il volume è stato affidato alla prefazione di Gerardo Guccini. Il testo cardine resta l’ Aiace di Sofocle da cui De Luca ha mutuato la solitudine tragica del protagonista, ma contributi specifici vengono dai contemporanei Gioacchino Criaco e dal suo Anime nere, da Roberto Saviano e dalla rilettura di Gomorra.

 Una scena tratta dalla rappresentazione di U Tingiutu.

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Un pensiero su “U tingiutu

  1. Complimenti per il post e per il blog… Molto interessanti… Volevo segnalare per il melodramma quello di Mazart il più grande, quello vocale, subito dopo il sacro
    ovviamente!!! il link a NotitiAE:

    http://wp.me/pZKvG-an

    http://n
    otitiae.wordpress.com/2010/11/05/w-a-mozart-a-terni-cosi-fan-tutte/

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