L’impegno della parola

«A che cosa serve la letteratura»? Domanda spesso posta da scolari, che a parte un certo privilegio della vocazione letteraria adibito a pochi, vedono la letteratura come qualcosa di avulso dalla loro quotidianità e dal loro futuro. Nell’incontro che abbiamo fatto con Eraldo Affinati, scrittore/pedagogo romano di rara profondità personale e culturale, è stato svelato qualche mistero. La letteratura non è più un arcano, per chi la trasforma in un impegno sociale. Ed è in questo senso che va la professione dell’autore. Eraldo Affinati nasce a Roma il 21 febbraio 1956. Narratore e saggista, insegna Italiano e Storia nella “Città dei Ragazzi” di Roma, comunità che accoglie giovani in difficoltà, creata dal sacerdote irlandese Carrol Abbing. Nel 1992 esordisce con il saggio Veglia d’armi. L’uomo di Tolstoj. Il prossimo libro di Eraldo Affinati, autore già di successi come Campo del sangue, La città dei ragazzi (1997) e l’ultima fatica Berlin (2009), sarà dedicato alla letteratura italiana.  

La solita storia della letteratura ? «No – spiega consapevole – ne racconto la storia a partire dai luoghi, come la Napoli in cui muore Leopardi o la Londra in cui si spegne Foscolo, o la Sicilia di Pirandello. Da San Francesco a Pasolini, è soprattutto un viaggio attraverso l’Italia, ma in contemporanea con il passato». A questo punto si potrebbe rispondere, che la letteratura può servire a farci conoscere anche la geografia, ma c’è di più. Per Affinati la scrittura letteraria ha una sua funzione, «un principio di umanità». Nulla di astratto, ma che va di pari passo con quell’impegno di cui si fa carico l’intellettuale, o almeno quelli come lui. «La mia poetica – sottolinea – è quella dell’impegno, anche “sporcandomi le mani”; mi interessa la letteratura autentica, che non rimane fine a sé stessa; del resto di fronte un’opera d’arte si capisce da subito se si è fatto sul serio. Non posso estendere però questa posizione a tutti, anche perché l’artista non è un politico e non deve necessariamente avere il consenso di tutti; piuttosto è importante che resti sé stesso». Conservare lo spirito critico, dunque, si può ? «Per gli intellettuali deportati ad Auschwitz, la cultura rappresentava una zavorra, qualcosa di teorico che non dava loro possibilità di salvezza, perché nei campi di concentramento serviva la forza fisica; allora noi  dobbiamo inventare una cultura che unisca parola, pensiero e azione; un tipo di cultura – ribadisce ancora Affinati – che sappia confrontarsi col mondo; l’artista non deve chiudersi nella sua turris aeburnea, ma confondersi con gli altri». Tutte le opere di Affinati partono da un viaggio, hanno a che fare col viaggio fisico e interiore. In Campo del sangue il suo viaggio comincia a Venezia e finisce ad Auschwitz – Birkenau, da dove era scampata la madre appena diciassettenne, fuggendo da un treno di deportati. Berlin addirittura, viene descritta con occhio complice, non quello del turista, ma dell’osservatore che vede in questa metropoli una delle più grandi sconfitte del Fuhrer.

«Oggi Berlino è una delle più grandi città multietniche del mondo». Come dire che «ogni generazione non è mai migliore o peggiore della precedente, ma deve ricominciare daccapo».

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