L’outsider della musica italiana

Alessio Lega è ormai entrato a far parte della storia della canzone; lo prova il fatto che sia inserito a pieno titolo in ogni dizionario dei grandi editori (Garzanti, Giunti, Rizzoli). Gianni Mura, addirittura, lo cita su La Repubblica fra i cento nomi del 2007, avendo vinto i riconoscimenti più ambiti (Targa Tenco, Premio Lunezia, ecc.). Le sue canzoni sono inserite in antologie, libri, dvd. Alessio, come un don Chisciotte armato di chitarra e accompagnato dallo scudiero polistrumentista Rocco Marchi, è abituato a cantare dovunque, tentando di cambiare se stesso e il mondo con le canzoni di cui fa l’autore, l’interprete e lo storico.

Originario di Lecce, si è trasferito a Milano all’inizio degli anni ‘90, iniziando un’intensa attività concertistica che, distante dai circuiti del mercato, privilegia le piazze, i centri sociali, i circoli culturali. Tra i suoi maestri dichiarati, oltre a Ferré, Brel e Brassens c’è Faber, cui dedica la canzone I funerali del pirata. Nel 2004, Alessio Lega vince la Targa Tenco per l’opera prima, con l’album Resistenza e amore. Il suo secondo disco, Sotto il pavé la spiaggia, risale al 2006 e contiene versioni italiane di canzoni francofone. Zollette invece è del 2007, e si configura come un album registrato dal vivo per il mercato equo-solidale. Contiene un omaggio alla memoria del giornalista Enzo Baldoni, ucciso in Iraq. Del 2008 sono l’Ep E ti chiamaron matta di Gianni Nebbiosi, nuova incisione, versione integrale, di un piccolo capolavoro degli anni ’70 sul disagio mentale e il libro/Cd Canta che non ti passa, edito Stampalternativa, che raccoglie i suoi interventi e altre versioni di cantautori francofoni, ispanici e slavi.

A noi, sembrava il minimo fargli un’intervista. E così abbiamo passato sotto la lente d’ingrandimento il pensiero di Alessio Lega, che vi proponiamo interamente. La curiosità poi, è d’obbligo e ci sentiamo in dovere anche di suggerire un’occhiata furtiva al suo sito www.alessiolega.it, con l’orecchio teso ad ascoltare le cose migliori!

“Resistenza e amore” è l’album, che hai inciso con i Mariposa. Come è iniziata questa collaborazione, dato che gli stessi sono anche a capo dell’etichetta indipendente Trovarobato? “Resistenza e amore” è un disco del 2004 che arriva dopo alcuni anni di concerti e demo autoprodotti. Avendo spesso suonato quelle canzoni dal vivo, volevo che il disco fosse ancora in grado di stupirmi. Per questo io e i Mariposa abbiamo intrapreso una collaborazione partendo da linguaggi diversissimi e, contando sulla reciproca stima, abbiamo musicalmente dialogato. Resistenza e amore è un dialogo, una raccolta di domande a cui sono gli ascoltatori a dover dare risposta.

Quale è la fonte ispiratrice della tua musica? La vita. 

Perché hai scelto “questa musica”, cioè il cantautorato schietto ? Perché la canzone d’autore è un “non-genere” che contiene tutti gli altri. 

Chi sono i tuoi maestri? E perché ? I miei “maestri” sono talmente tanti che faccio fatica ad enumerarli: la tradizione della musica francofona, innanzi tutto. Molti dei cantautori italiani che mi piacciono si erano a loro volta rifatti a quella tradizione, così ho preferito risalire alle fonti e ho scoperto che i “maestri” erano più avanti degli “allievi”!

 Chi ti ha dato la prima occasione per uscire allo scoperto? È sempre un insieme di fattori a creare una progressiva attenzione che ti stimola a proporre ciò che fai, a cerchi concentrici sempre più larghi. Ho sempre suonato ovunque mi chiamassero: in strada, nei presidi, nei centri sociali, nelle scuole, nelle feste di piazza… a un certo punto anche qualche bel festival, rassegna o teatro s’è accorto di me. Ma chi m’invita a cena sa che io mi porto sempre la chitarra: suonare ovunque e per chiunque dà senso alla mia vita.

 Ho ascoltato la tua musica e ne sono rimasta affascinata. Eppure non ti conoscevo, come non conoscevo fino ad un anno fa Adriano Modica. Perché la musica dei cantautori contemporanei ha così difficoltà a passare per i canali ufficiali, insomma a girare per le radio nazionali, cosicché i giovani la possano smettere di ascoltare solo Pausini o Ligabue! Bisogna fare come fai tu: essere curiosi, ascoltare e continuare a cercare.

 A proposito cosa pensi di Modica e dei tuoi colleghi cantautori che fanno fatica a farsi conoscere ? Ne penso tutto il bene possibile. Io penso che il vero talento non debba essere solo quello del musicista – che, in fondo, fa ciò che può – ma del pubblico che deve andarlo a scoprire, avere orecchie e cuore aperto… Oggi ci sono molti musicisti bravissimi – forse più che in passato – ma c’è un pubblico un po’ pigro, che aspetta la pappa pronta senza andare a cercarsi qualcosa di diverso. I musicisti dovranno condividere il lavoro di farsi conoscere con gli amanti della musica che devono fare lo sforzo di andarsela a cercare e diffonderla. È l’unico modo di fregare i padroni della terra che vorrebbero tutti zitti.

Secondo te quale è un nome del panorama musicale italiano indipendente che valga la pena ascoltare? E di quello non indipendente, ma commerciale? Gli indipendenti vale sempre la pena di sentirli. Tutti, anche quelli più distanti dai nostri gusti. Però, più che gli artisti, credo sia importante tenere presenti alcuni operatori culturali benemeriti, per esempio l’editore che ha pubblicato la maggior parte dei miei dischi – Valter Colle della “Nota Music” –, che è una sorta di moderno mecenate cui andrebbe eretto un monumento. Ecco io penso che oggi bisogna ascoltare tutto ciò che produce uno come Valter, o l’etichetta del Manifesto, o la Trovarobato… perché io ho più nostalgia di una vera politica culturale che della cultura politica. Quanto alla musica commerciale, purtroppo non si riesce a fare a meno di ascoltarla, ma non vale la pena di sentirla. Mai.

 Come hai costruito “Resistenza e amore” ? Come nasce l’idea e quale è il filo conduttore della tua opera ? Tre piani alternati: canzoni d’amore, canzoni esistenziali, canti di rivendicazione. Una musica che non abbia paura di affrontare il dolore del vivere e dell’amare, ma nemmeno se ne compiaccia. Un suono che esprima la rabbia senza offrire il volto puttanesco e catartico delle “canzoni di lotta”. Una musica d’evasione nel senso letterale del termine: evasione dal carcere in cui viviamo. Evasione dai suoni standard, dalle parole inutili, dalle idee preconcette.

 Ascoltandoti mi è sembrato di risentire la gravità del timbro della voce di De Andrè: quanto devi a lui? E a Tenco, il cui nome campeggia su un premio vinto? Cosa pensi dell’opera di questi due grandi, il primo più famoso e il secondo incompreso? Io debbo a loro moltissimo, quasi tutto. Però penso anche che loro debbano qualcosa a me: l’unico modo di restare vivi, al di là del tempo, è che qualcuno dopo di noi raccolga la sfida che abbiamo lanciato al mondo e provi – coi suoi propri mezzi – a portarla avanti.

 Che effetto ti fa aver vinto premi importanti e poi collaborare con riviste importanti e ricevere recensioni da giornalisti del campo? Fa molto piacere! Posseggo un ego smisurato che gongola e cerca attenzione. Però tento di lasciare quest’ego giù da palco è di presentarmi al pubblico non come “cantante”, ma come un uomo che canta.

Secondo te gli autori contemporanei hanno moduli difficili da comprendere? Un linguaggio che diventa maturo – come la canzone italiana a questo punto della sua storia – deve provare a riflettere su se stesso. Come esistono opere di letteratura che sono romanzi, poesie, saggi, pamphlet, o anche tutt’assieme, così anche un CD di canzoni deve assumersi il compito non solo di esprimere le storie dell’autore nel senso più lirico, ma anche di rappresentare le Storia in cui vive, raccontarne la vita fisica ed esistenziale, rifletterne consapevolezze, gusti e disgusti. Può essere che quest’operazione risulti meno immediata ma, crescendo, l’innocenza smette di essere una caratteristica positiva.

 C’è un manifesto del pensiero di Alessio Lega? Nel senso c’è un’idea che vuoi diffondere? C’è un “manifesto” in cui mi riconosco perfettamente… solo che non l’ho scritto io, l’ha scritto Bertolt Brecht. Te lo cito pari, pari: “È tutt’altro che facile rendersi conto quale verità valga la pena di essere detta: è vero pure che le sedie servono per sedersi e che la pioggia cade dall’alto verso il basso. Molti scrivono verità di questa specie, simili a pittori che ricoprano di nature morte le pareti di una nave che affonda.”

 Dal tuo sito leggo anche che c’è un confronto con i maestri francesi. Perché? Perché non li conosce nessuno e dunque posso copiarli impunemente!

 Secondo te la musica a che cosa serve? E soprattutto in quale direzione sta andando quella sperimentale? La musica serve a cambiare la vita. Deve quindi sperimentare nuovi linguaggi per raccontarci nuove possibilità.

 C’è un nuovo progetto musicale in corso? Ci sono sempre le stesse nuove cose: nuovi dischi, nuovi spettacoli, nuovi concerti. Vecchie occasioni per nuovi incontri.

Dici di essere anarchico. Ma al giorno d’oggi, e soprattutto nel nostro Paese sempre più verso la deriva autoritaria, cosa significa essere anarchici ? Essere anarchici vuol dire tendere al massimo della libertà, con la certezza che la tensione qualcosa spezza, anche delle nostre comodità. 

 Secondo te vale la pena poi dirsi ancora progressisti ? ha un senso essere di sinistra quando la sinistra stile Berlinguer non c’è più ? Vale sempre la pena di manifestare la propria idea. L’evidenza di essere in tanti è bella, ma quando si ha ragione vale la pena anche da soli. Anteo Zamboni tirò un colpo di rivoltella a Mussolini nel 1926. Aveva ragione, lui come tutti i resistenti che sono venuti dopo.

E che cosa ha a che fare la musica con la politica ? Anteo Zamboni tirò il suo colpo di rivoltella e fu fatto a brani dalla canaglia. Victor Jara cantò i suoi brani contro Pinochet e fu torturato e fucilato durante il Golpe del ’73 in Chile. Quando passo da via Zamboni canto sempre una sua canzone.

 Quando vieni a suonare a Reggio Calabria ? Quest’estate certamente farò qualche concerto in Calabria, anche se non so se precisamente a Reggio.

 C’è un festival di musica indipendente che nessuno dovrebbe perdersi? Oppure bisogna ancora inventarlo? Ci sono molti festival quasi tutti molto belli. Penso che valga la pena di seguire tutti quelli che si riesce, ma ancor di più penso che bisogna fare assieme il festival che ancora ci manca.

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