Un sogno chiamato storia

Nel film di Oliver Stone, Filippo II, sovrano macedone, appare persino più brutto di Bucefalo, cavallo di razza che accompagnò il successore Alessandro nelle conquiste sino alla foce dell’Indo. Alcolizzato, violento, pedofilo e sanguinario, il volto sfregiato di Val Kilmer non gli restituisce quel ruolo che anche le fonti hanno assegnato al figlio, alienandolo per sempre dalla gloria dei grandi. E dunque, maledetto dalla tradizione storica, Filippo della famiglia degli Argeadi, rimane confinato nell’ombra di Alexander.

Ma i tempi sono cambiati, e oggi parlare di Filippo II ci inorgoglisce, specie di fronte allo scadimento di una politica estemporanea declinata ad personam. Perché i sovrani dell’antichità, nonostante atteggiamenti di crudeltà, agivano nell’interesse della collettività rappresentata. Fatto raro al giorno d’oggi! Cosa possiamo imparare da Filippo ?

Ce lo spiega con una scrittura avvincente, elegante e sostenuta da solide basi scientifiche Giuseppe Squillace. “Filippo il Macedone” è la sua ultima fatica di Ricercatore di Storia greca presso il Dipartimento di Storia greca, Università della Calabria, ma la propaganda imperiale di stampo politico/demagogico da sempre è un suo cruccio. Nel più recente passato altri articoli e studi hanno acceso l’attenzione nei confronti della versatilità progettuale di Filippo. Ora esce con questa pubblicazione scientifica vestita da libretto alla portata di tutti, per farci toccare con mano la storia, memoria di un regno, quello macedone, che deve la sua fama proprio a Filippo. Alessandro fu solo l’anello finale di un sogno partito da lontano. L’opera edita Laterza, si colloca nella collana “Biblioteca essenziale” diretta da Andrea Giardina. Metodo sui generis, per niente spiccio, ma in un certo senso soft per avvicinare i non addetti ai lavori alla storia, materia spesso denigrata alle banali due ore settimanali, in un sistema scolastico amputato delle sue migliori qualità. Ma lasciamo da parte le polemiche di un governo pseudo democratico che agisce nel bene delle sue poltrone, per riprenderci la verità su Filippo.

E’ vero che gli mancava un occhio; e non si può dire certo bello un uomo guercio, ma è anche vero, come dimostra Squillace, che ebbe acume diplomatico superiore rispetto al decantato Alessandro, che di occhi ne aveva uno azzurro e l’altro scuro. Occhi da serpente, forse, come quelli di cui si guarniva la madre Olimpiade, baccante selvaggia e stratega delle fortune assassine del figlio. Di sicuro Alessandro deve ringraziare il padre, che gli aprì la via all’Ellade, gli dispose il consenso della grecità e gli preparò la via per la conquista della Persia. L’opera di Squillace merita di essere letta, per la vivacità interpretativa e per le supposizioni che riaprono interrogativi molteplici: dalla comunicazione istituzionale “annuncio”, antesignana dell’attuale propaganda politica, strumentale agli interessi della monarchia macedone, all’idea di divinità del basileus. Unico escamotage per riunire le differenti grecità, i politeismi imperanti e l’ambiguità dei sincretismi sotto il culto dell’imperatore.

Con Filippo II possiamo cominciare a parlare di Impero Universale, di Stato macedone che diventa lo spartiacque fra la barbarie di confine e le poleis greche, punto di riferimento di un primo abbozzo d’Europa. “Filippo il Macedone” nasce con l’intento di rimodulare il giudizio critico degli storici, riuscendo in pieno nel suo obiettivo e caricando di un riattualizzato fascino, il destino di una civiltà che si affacciava alle prime forme di globalizzazione. Senza nulla togliere all’eroe alessandrino e riconducendo le origini della visione a Filippo, più maturo, più attento alle alleanze, più cosciente del carisma/timé/arché delle donne, ostaggi consapevoli e perpetuatrici del sangue.

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