Lo spirito Beat nella pittura di Ferlinghetti

“E non dimenticate di dipingere tutti coloro che hanno vissuto la propria vita come portatori di luce. Dipingete i loro occhi. Dipingete la luce dei loro occhi, la luce di una risata illuminata dal sole, la canzone degli occhi, la canzone degli uccelli in volo”. Ed è un volo che attraversa il tempo e lo spazio, racconta la storia universale servendosi delle parole e dei colori.

Ma la penna alata e il pennello rude, sono solo strumenti, che voracemente dominano la vita di Lawrence Ferlinghetti, autore di uno dei libri di poesia più letti al mondo, A Coney Island of the Mind, tradotto in circa venti lingue. Ossessionato dalla luce, dal bisogno impellente di fare uscire la luce, dai versi e dalle tele, la poesia – pittura di Frelinghetti, icona vivente della Beat generation, non è banale denuncia, né ripiegamento alla storia dell’arte eterna, ma va oltre. Ferlinghetti accoglie i confini come orizzonti aperti su cui disporre nuove speranze. Ed è questa forse la vera luce; una scoperta semplice, che mette da parte l’eccentricità di anni fatti di lotte, manifestazioni e fiori. Eppure Ferlinghetti, dall’alto dei suoi novant’anni, riesce ancora a spiegare il suo pensiero scavando nell’universalità delle cose. Con questo intento, con questo desiderio omerico, la pittura di Ferlinghetti, inaugura un viaggio, passato prima da Roma e poi sulle sponde della città dello Stretto.

“Lawrence Ferlinghetti. 60 anni di pittura” è una retrospettiva insolita, dove il contemporaneo si confonde con certe folate di lirismo esasperato, dove il colore è tutt’uno con la parola, un graffito sgualcito che si agita all’interno della cornice; e poi c’è la musica. Una musica interna che rimanda  a quei testi folk, tra proteste per una guerra già persa in partenza e un’idea di potenza dominante che sprofonda nell’illusione. Gli anni Sessanta, quando si comincia a pensare, gli anni Settanta, quando puoi finalmente fare ciò che pensavi, sono dentro tutta la sua arte, come una chiave di volta che infanga il buon nome americano.

Cinquantacinque opere esposte sino al 1 luglio, decorano lo spazio del Foyer del teatro Francesco Cilea di Reggio Calabria. C’è tanta calca il giorno dell’inaugurazione, che non riusciamo ad assaporarle. Bisogna tornarci ancora, guardare uno per uno quei quadri enormi, fotografie dell’anima, teorie che hanno accenti propri e poi vanno parodiando i capolavori dell’arte classica e moderna. Cinquantacinque tele dove reale e irreale, inconscio, mito, leggenda, attualità, si incontrano generando metafisiche assunzioni di stile, poetiche sillabazioni di un percorso che ha trovato la sua luce nella speranza di un mondo migliore. L’urlo non è più quello della guerra, ma è uno spirito che assomiglia ad un uccello in volo. E’ lo spirito Beat. Si sente ancora il battito, il ritmo, la ribellione verso il perbenismo, verso un mondo contratto, fatto di regole spente, che nulla può contro quei colori eccentrici, quei bianchi e quei neri che richiamano il metropolitano, le correnti pittoriche americane. E che dire dei sussurri di Manet, Klimt, Picasso, Rodin, Goya. C’è il post impressionismo, c’è l’ispirazione astratta, il surrealismo della sua prima prova, Deux, ispirato a Cocteau. Non manca nemmeno l’ironia pungente, che si adagia su un’opera come Untlited del 1976, pittura e montatura di un campanello ad indicare il sesso maschile. Scandaloso ? Osceno ? Geniale.

Le opere del fondatore della  City Lights Bookstore, prima libreria di soli tascabili e rifugio per intellettuali dissidenti, sono veri e propri poem – paintings, che non vogliono essere interpretati, ma aspirano ad essere letti come energia vitale trasferita nella vernice o nel respiro poetico. Delle aree tematiche di cui è composta la mostra, l’ultima, la più vicina  a noi nati sul finire dei mitici Settanta, è quella che propone una simbologia evidente. Quando Ferlinghetti abbandona la denuncia, infatti, si immerge in una straordinaria dolcezza personale. Birds leaving heart, rimanda all’abbandono degli uccelli, spiriti eletti, di una terra in cui non si riconoscono più. Cercano le loro radici; come Ulisse, vagano verso l’ignoto. Con Winged Victory, con la sua armonia rubata alla Nike di Samotracia, con quelle linee eterne inventate dai maestri ellenici, prende forma la purezza, la luce, la bellezza, l’energia, in attesa che tutto si trasformi in nuovo dinamismo/entusiasmo/esuberanza. E’ questa la lezione di Ferlinghetti, e di una generazione che ha avuto il coraggio della sfida. La sfida non solo di esistere, ma di vivere fino in fondo.

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